Racconto di viaggio di Fabrizia Cataneo
Dopo una vita trascorsa a viaggiare per il mondo, ma anche molto in Africa, ho ripreso un sogno di bambina, finora trascurato: visitare l’Egitto.
Quando viaggi il tempo è tiranno, perché devi sempre fare delle scelte fra dove andare, cosa visitare, che esperienze fare. Tutto non è possibile e immaginate la difficoltà di un itinerario in un paese che ad ogni pietra merita una sosta. Non c’è solo l’Egitto dei Faraoni, anche se già questo basterebbe e avanzerebbe. C’è la vita odierna rurale sul Nilo, la diga di Assuan, la città del Cairo, di cui tutti mi avevano parlato male, ma che a me invece è piaciuta per la sua personalità e la sua atmosfera. C‘è Alessandria che ci racconta un’altra epoca, quella che termina con Cleopatra, Il canale di Suez e poi c’è il deserto. Tra tutti c’era un luogo a cui non volevo assolutamente rinunciare ed era l’oasi del Fayum, all’ingresso del deserto egiziano occidentale. La inserii di prepotenza nell’itinerario. La mattina di uno dei quattro giorni di sosta al Cairo, con mio marito, la guida e l’autista partimmo molto presto al mattino, lasciandoci alle spalle gli ingorghi di inizio giornata sulle strade del Cairo. Il traffico caotico, che impone, a chi non è abituato, di evitare di guidare, lentamente si stemperò in strade più tranquille, anche se sempre indisciplinate se confrontate con i nostri standard.

Nel giro di pochi chilometri ci venne incontro la campagna, con la sua vita più lenta, i suoi asini a bordo strada, che tiravano carri, ma anche portavano sul loro dorso giovani o vecchi.

Se in Africa centro orientale si va a piedi, nelle campagne dell’ Egitto si cavalca un asino. I cento chilometri volarono, presa, come ero, ad osservare la vita dei villaggi, le campagne coltivate e quanto succedeva lungo la strada. Non mancavano moto, asini, chioschi, che vendevano di tutto, donne e bambini. La vita per strada è la norma in questi paesi, così come gli attraversamenti repentini senza preoccuparsi se una macchina sta arrivando. Non ci fermammo nella cittadina di Fayum, turistica e accogliente, ma raggiungemmo il punto d’incontro con la guida beduina, che ci avrebbe fatto trascorrere la giornata nel deserto. Il permesso di entrata è infatti subordinato al fatto che sia uno dei beduini locali e il suo mezzo a condurti.

Una precauzione di sicurezza, perchè sono loro a conoscere metro per metro il deserto, ad orientarsi, ad abbandonare le piste e a ritrovarle. Il lavoro di guida si tramanda di padre in figlio. E’ cambiato solo il fatto che una volta si viaggiava in cammello e oggi il ragazzo di 30/35 anni che ci accolse aveva un fuoristrada ben tenuto e indossava un paio di occhiali da sole stile ray-ban. La tradizione era comunque rispettata nella jellaba e nei sandali. Prima di affrontare il deserto un tè o un caffè era d’obbligo. Entriamo in una villetta. Il bar e il ristorante al piano terra mentre sopra credo ci abitino i proprietari. Il giardino è piccolo: un vialetto piastrellato, un paio di oleandri, il prato all’inglese, ai lati qualche albero rigoglioso. Decido di lasciare le chiacchiere maschili all’interno del locale, di uscire con il mio tè e sedermi all’aperto. Il caldo non è ancora opprimente e trovo che questo angolo miracoloso di verde prepari i miei sensi al deserto che affronterò a brevissimo. Seguo con gli occhi qualche libellula, che mi gira intorno per poi planare un attimo sui fiori e riprendere il volo. Respiro l’aria profumata dai fiori, penso a quanto sia felice di essere in questa oasi di apparente serenità, che nasconde una feroce lotta per la vita. Il deserto non regala niente. Sopravvivere e prosperare è sempre frutto di determinazione, tenacia e resilienza, per gli uomini come per il resto del mondo naturale. Sono solo le otto del mattino ma dobbiamo metterci in moto perchè la giornata sarà lunga e densa. Imbocchiamo una strada sterrata nell’assoluto niente. Una distesa di sabbia che si perde all’orizzonte piatta e immota. Solo la polvere del nostro veicolo per chilometri.
L’autista abbandona la pista poco dopo e si inoltra nella sabbia e nel vento, senza che possa capire cosa usi per orientarsi. Mi sembra tutto uguale, nessun punto di riferimento, eppure l’autista ci conduce con sicurezza, chiacchierando con Bashir, la nostra guida, in arabo. Mi abbandono all’ebrezza del correre sulle dune che formano colline e ripidi saliscendi. Il deserto occidentale in cui ci stiamo inoltrando è una vastissima area disabitata. La nostra destinazione è la riserva naturale del Wadi El Rayan e la prima tappa è la cascata che confluisce in un lago artificiale.

In realtà si tratta di un sistema di due laghi creati per raccogliere il deflusso agricolo, offrendo una fonte di vita e una risorsa d’acqua. L’arido e disabitato terreno, dove solo il soffio del vento fa da colonna sonora, si trasforma qui nel gorgoglio di una cascata, che si riversa in uno specchio d’acqua verde, tra cannucce di palude, alberi di tamarisco e qualche palma.
Mio marito e la guida si fermano qui, scelgono un posto all’ombra in una delle costruzioni, che ripropongono l’architettura tradizionale di case di fango. C’è un luogo di ristoro e optano per guardare il panorama da lontano, chiacchierando e bevendo tè alla menta.
Io mi incammino verso il lago. Attraverso un terreno arido e sabbioso nel sole splendente e in distanza il miraggio dell’acqua verso cui mi sto dirigendo. Costeggio il canale proveniente dalla cascata. L’acqua rallenta la sua corsa per trasformarsi in una sorta di palude immota dove qualche barca da pesca con i remi alzati si specchia.
Mi fermo per osservare meglio e vedo qualche airone e una manciata di piro piro sparsi sulle rive fangose, un gruppo di gabbiani più in là prende il volo al mio avvicinarmi. La vita, che non avevo notato da lontano, mi viene incontro man mano che mi accosto al lago. Un pescatore getta la lenza, un gazebo lambito dall’acqua offre la sua ombra ad alcune motociclette, che sembrano fuori posto con l’arcaico contesto.

Il cellulare vibra, rispondo e Bashir mi dice: “si sta facendo tardi. Dobbiamo proseguire.” Ritorno sui miei passi e riprendiamo il nostro viaggio. L’acqua diventa subito un ricordo, il caldo secco sempre più infuocato. Scendiamo da alte dune in velocità, lascio il finestrino in parte aperto per sentire il vento in faccia e intanto una spruzzata di sabbia entra nell’abitacolo.
Davanti a noi l’orizzonte si apre ed emerge una distesa verde blu di acqua cristallina. Pochi e sparsi i cespugli di piante del deserto. Sul pendio opposto una tamerice solitaria si eleva nella sabbia. E’ il Lago Magico. Bashir mi racconta: “si chiama Lago Magico perché cambia colore ad ogni ora del giorno in accordo con l’arco percorso dal sole.”

Per me, che lo vedo nella tarda mattinata, la magia è costituita dall’acqua trasparente, dai piccoli pesci che sfrecciano vicino ai miei piedi, quando tutt’intorno ci sono solo sabbia e le creste delle dune smerigliate dal vento. Un ‘altra magia, anzi un vero miracolo mi attende. È il Wadi-el Hitan, anche conosciuto come Valle delle Balene. Scendendo dal fuoristrada in un sole rovente e una temperatura che si avvicinava ai 40 gradi, sono accolta da una distesa di basse colline calcaree. Il colpo d’occhio è monocromo, solo il giallo oro del deserto, punteggiato da strane formazioni rocciose, create dall’erosione. L’artista è di nuovo il vento, che crea pilastri e blocchi tondeggianti a volte rugosi, altre lisci. L’acqua è perduta per sempre qui dove in un tempo lontanissimo, nell’Eocene, all’incirca 40 milioni di anni fa, c’era un mare. Un mare in cui nuotavano i progenitori delle balene, gli archeoceti.

Il piccolo museo introduttivo mostra organismi marini, acqua, alghe e le balene appunto. Così si presentava questa area dove ora resta un segno della loro presenza nei fossili,
ritrovati intatti. I paleontologi ne hanno scoperti centinaia e li hanno lasciati dove sono stati rinvenuti. Percorrere la valle a piedi significa camminare nel tempo, tra innumerevoli varietà di
reperti. Bashir ci dice: “ siamo arrivati nell’ora più calda ed è sconsigliabile inoltrarsi a piedi.” Come al solito non ascolto e, munita di una bottiglia d’acqua e di un cappellino, mi
avvio, troppo curiosa per dare retta al buon senso. I pochi turisti stanno rientrando dalla camminata ed io procedo da sola. Le raffiche di vento torrido mi obbligano subito a levare il cappello, che volerebbe via. Dopo qualche centinaio di metri, adagiato per terra, protetto solo da un cordoncino di sassi, incontro, l’esemplare più iconico della valle: un Basilosaurus isis di 18 metri. La
sua spina dorsale è intera, anzi è considerato il primo fossile completo al mondo. Scoperto nel 2015 è conservato qui, tra la sabbia, dove era interrato.

Ho ancora negli occhi le immagini del museo ricche di acqua blu dove nuotavano questi giganti. In questa aridità ha lasciato una scia, una memoria della sua vita nelle
profondità. Cosa c’è di più all’opposto dell’acqua e del deserto? Forse complice il caldo, la solitudine e l’abbacinante panorama mi ritrovo a parlare con quella spina dorsale mastodontica, completa di sterno e di cranio. “Cosa ci fai qui così lontano dal tuo mondo acquatico? Non avresti mai pensato di incontrare gli umani del XXI secolo vero?“
“Non è da tutti lasciare una imperitura memoria! Deve essere questa terra d’Egitto che tramanda la sua storia millennio dopo millennio senza che niente vada perduto”. Proseguo verso altri fossili sparsi nella valle, crani le cui ossa sono sparse sul terreno, e poi uno scheletro completo di Sirenia, l’antenato del cavalluccio marino, che nell’eocene brucava alghe sui fondali. Infine il Dorudon atrox, simile a un delfino. Uno scheletro è incastonato nella roccia a metà altezza, potrebbe sembrare da lontano una smerigliatura del vento, se non fosse così bianco. Intorno per chilometri forme fantastiche si ergono nella sabbia. Una sembra un cappello, un’altra un fungo poroso, e poi una merlettatura simile a un pizzo. Sarà la sete ma quella laggiù mi sembra una montagna di gelato alla nocciola. Lo sguardo si perde tra le formazioni rocciose, che prendono vita e cambiano forma nella mia immaginazione onirica per via della ardente calura. La sabbia si muove impercettibilmente sotto la spinta di un vento sussurrante e a volte fischiante nelle mie orecchie. Il silenzio amplifica ogni percezione. Sono un insignificante elemento in questo paesaggio lunare, popolato dai resti di giganti marini qui spiaggiati per sempre.

Mi rendo conto che devo rientrare perchè ho quasi esaurito l’acqua e il respiro si è fatto più pesante. Ripercorro i miei passi. Rallento senza fiato in una aria fiammeggiante, che non dà scampo. Parlo a me stessa: “Niente panico! Hai fatto più della metà del cammino! Tra poco sarai all’ombra!” Arrivo al punto di ristoro completamente senza forze. Mi aspettano una tazza di tè alla menta, che mai è stata più preziosa, e i miei compagni di viaggio. Trascorro una decina di minuti in completo silenzio bevendo tè, bagnandomi con l’acqua la faccia, il collo e i polsi. Finalmente riacquisto la parola e il respiro. Ho evitato per un pelo l’insolazione. Risalgo in macchina e mi abbandono sul sedile lasciando sfilare davanti a me sabbia e dune in una corsa che mi rilassa. Le immagini appena viste mi scorrono davanti come una pellicola che si riavvolge.
