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Angola, L’isola fantasma delle Tigri

Viaggio a São Martinho dos Tigres, il villaggio perduto dell’Angola dove il deserto si getta nell’oceano. Abbandonato negli anni ’70 tra guerre e tempeste, questo luogo remoto e straordinario, sospeso su un’isola che non pare sulle mappe, custodisce la storia di pionieri portoghesi, dune incandescenti, acque insidiose e isolamento estremo. Tra rovine e silenzi, un paesaggio sospeso tra memoria e leggenda

di Marco Trovato (direttore della Rivista Africa)

 

Dalle acque dell’Atlantico, avvolta in una foschia lattiginosa, affiora la punta di un campanile. Per qualche istante sembra un miraggio, uno di quei giochi di luce che il mare e il deserto sanno inventare all’orizzonte. Ma mentre la barca avanza tra le onde, la sagoma si fa più nitida. Alla base della torre emergono muri scrostati, tetti sventrati, finestre vuote. Poco a poco, come materializzandosi dal nulla, appare un intero villaggio.

È São Martinho dos Tigres, uno dei luoghi più remoti e inquietanti dell’Africa.  Il paese fantasma si trova su Ilha dos Tigres, nel profondo sud dell’Angola, a circa dieci chilometri dalla costa. Raggiungerlo è già di per sé un’impresa. L’ultimo centro abitato è Tombwa, cento chilometri più a nord. In mezzo si estende una delle regioni più estreme del continente: il Deserto del Namib, un oceano di dune color rame che precipitano direttamente nelle acque fredde dell’Atlantico.

Non esistono vere strade. Solo una sottile pista naturale, incastrata tra il mare e le pareti di sabbia alte più di cento metri. È percorribile in fuoristrada soltanto quando la marea si ritira in modo eccezionale, due volte al mese, nei giorni di luna piena o di luna nuova.

In quelle rare finestre temporali si apre il passaggio lungo il temuto Doodsakker, il “Sacco della morte” in lingua afrikaans: quasi cento chilometri di sabbia instabile là dove il deserto si tuffa nell’oceano. Chi affronta il percorso deve correre contro il tempo prima che l’acqua torni a salire. Un guasto, una distrazione, una ruota che affonda nella sabbia molle possono trasformare il viaggio in una trappola mortale.

Sulla battigia, tra le onde e il vento salmastro, giacciono ancora le carcasse arrugginite di vecchi veicoli abbandonati, monumenti silenziosi all’imprudenza o alla sfortuna. L’ultimo tratto si percorre poi in barca. Il villaggio sorge infatti su un’isola separata dalla terraferma da un braccio di mare agitato, frequentato da squali. L’avventura è riservata a pochi viaggiatori determinati. A volte il Flamingo Lodge del Namibe organizza spedizioni per i suoi ospiti; altrimenti bisogna arrangiarsi, noleggiare un fuoristrada e convincere qualche pescatore di Tombwa ad attraversare il canale. Quando finalmente si mette piede sull’isola, la sensazione è quella di entrare in un mondo sospeso.

La chiesa nel deserto

“Hic Domus Dei”. “Questa è la casa di Dio”. La scritta latina campeggia ancora sulla facciata della chiesa che domina il villaggio. Ma l’edificio sembra ormai un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.

L’intonaco giallo pastello è scrostato, segnato da macchie scure lasciate dal vento e dal sale. Il sagrato è coperto di detriti, vetri infranti, resti di mobili divorati dal tempo. Una grande croce metallica pende dalla torre campanaria, inclinata come se stesse per cedere da un momento all’altro.

All’interno, il pavimento è invaso dalla sabbia del deserto. Le travi di legno scricchiolano sotto il peso degli anni. Il vento entra dalle finestre senza vetri e attraversa la navata con un sibilo sottile. Non c’è alcun rumore umano. Solo il respiro dell’oceano e quello del deserto.

Gli ultimi abitanti lasciarono questo luogo circa mezzo secolo fa. Era il 1975. L’Angola aveva appena ottenuto l’indipendenza dal Portogallo e stava per precipitare in una lunga guerra civile. I coloni portoghesi che vivevano sull’isola fecero le valigie in fretta e si imbarcarono verso l’Europa. Così terminò la storia di una comunità che per oltre un secolo aveva resistito su una delle frontiere più isolate dell’impero lusofono.

La Baia delle Tigri

Nei vecchi portolani questo tratto di costa era indicato come Baía dos Tigres. Il nome – “Baia delle Tigri” – è avvolto nel mistero. Forse deriva dalle striature ocra e gialle delle dune, che ai primi navigatori europei ricordavano il manto di una tigre. O forse dal vento che, scivolando tra le sabbie, produce un suono cupo simile a un ruggito.

La storia del villaggio cominciò nel 1860, quando alcuni pescatori e avventurieri provenienti dall’Algarve raggiunsero questa costa remota. Erano attratti dalla ricchezza delle acque alimentate dalla Corrente del Benguela, una corrente fredda che risale dal sud portando con sé enormi quantità di plancton e pesce.

Qui costruirono le prime capanne su una sottile lingua di terra che si allungava nell’oceano formando una baia naturale. Il mare era generoso. Le reti tornavano cariche di sardine, sgombri e tonni. Il pesce veniva essiccato e salato al sole prima di essere spedito verso Lisbona.

Col tempo le baracche lasciarono il posto a case in muratura. Sorsero magazzini, stabilimenti per la lavorazione del pesce, uffici amministrativi. Ogni anno partivano verso il Portogallo fino a novemila tonnellate di olio e farina di pesce. Per un avamposto sperduto tra deserto e oceano, era una prosperità sorprendente.

Un villaggio ai confini del mondo

Alla fine degli anni Cinquanta arrivò anche l’acqua corrente. Una stazione di pompaggio installata alla foce del Fiume Cunene convogliava l’acqua attraverso una lunga condotta fino al villaggio.

Nuovi lavoratori immigrati portarono con sé le famiglie. Arrivarono anche galeotti condannati ai lavori forzati. Attorno alla chiesa sorsero una scuola, un ambulatorio, un posto di polizia, un ufficio telegrafico, una banca, locande e perfino un cinema.

Nel 1960 São Martinho dos Tigres contava più di 1.500 abitanti. Il villaggio non aveva un porto: le correnti erano troppo forti e i fondali troppo bassi. Così una volta alla settimana la strada principale diventava una pista d’atterraggio per piccoli aerei provenienti da Moçâmedes, l’attuale Namibe.

Quando l’aereo arrivava, gli abitanti uscivano di casa per assistere allo spettacolo. Portava posta, verdura fresca, medicine e un medico che visitava i malati per qualche ora prima di ripartire. Poi il velivolo decollava e il villaggio tornava al suo silenzio.

La notte della tempesta

Il destino della comunità cambiò nella notte tra il 14 e il 15 marzo 1962. Una tempesta tropicale devastante colpì la costa con onde alte fino a dieci metri e raffiche di vento violentissime. Le case tremarono per ore. Nel buio, gli abitanti non poterono fare altro che aspettare e pregare.

All’alba il mare si calmò. Ma il paesaggio era cambiato per sempre. La mareggiata aveva strappato via una parte della lingua di sabbia che collegava la baia alla terraferma. Il villaggio era diventato un’isola.

La Baía dos Tigres era diventata Ilha dos Tigres. La tempesta aveva inoltre distrutto la condotta dell’acqua potabile. Da quel momento iniziò un lento declino. Molte famiglie decisero di partire. Chi rimase continuò a vivere trasportando acqua con le navi e ricostruendo le fabbriche del pesce.

Ma l’isolamento diventava ogni anno più duro. Quando nel 1975 il dominio coloniale portoghese crollò e scoppiò la guerra civile angolana, anche gli ultimi abitanti lasciarono definitivamente il villaggio.

La città fantasma

Oggi São Martinho dos Tigres è un luogo che sembra sospeso fuori dal tempo.

Sulla sabbia color ocra restano decine di edifici in rovina: case di pescatori, ville coloniali, magazzini, il cinema, l’ospedale. Le finestre sono vuote, i tetti crollati, i muri crivellati dal vento salmastro. Sui palazzi pubblici resistono ancora gli stemmi del Portogallo. Il resto è stato saccheggiato o divorato dagli anni.

Il faro che dominava l’isola è crollato. Oggi spiccano soltanto la torre dell’acquedotto, il campanile della chiesa e le ciminiere delle fabbriche del pesce. Il silenzio è assoluto. Eppure il luogo ha un fascino ipnotico.

Camminando lungo la via principale, lastricata di pietre, sembra quasi di intravedere le famiglie dei pescatori sedute la sera sotto le verande, a parlare mentre il sole tramonta sull’Atlantico e il vento del deserto comincia a soffiare.

Spiriti dell’Atlantico

Oggi sull’isola vivono solo gli animali: fenicotteri, pellicani, cormorani, foche e tartarughe. Nelle acque circostanti nuotano delfini e squali.

Il governo angolano ha più volte annunciato progetti per rilanciare l’isola: una prigione di massima sicurezza, un resort di lusso, persino una sorta di Las Vegas africana. Nulla di tutto questo è mai stato realizzato. La natura ha ripreso il controllo di questo angolo remoto di costa, non lontano dal Parco Nazionale di Iona, uno dei più grandi e selvaggi dell’Africa australe.

Gli abitanti della regione raccontano che nelle notti di luna piena si possano sentire le campane della vecchia chiesa suonare nel vento. Un presagio di tempesta, dicono i pescatori.

Eppure le campane non ci sono più da anni. Solo il vento dell’Atlantico continua a soffiare tra le rovine, mentre il campanile emerge dalla nebbia come un faro immobile, indicando ai marinai la posizione di una città fantasma che il tempo ha cancellato dalla storia.

 

Credito foto: pixabay-luls26 

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