di Fabrizia Cataneo
Sono in volo questa notte verso la Namibia per la seconda volta dopo 38 anni.
Nel dormiveglia ripenso alle tante volte che ho visitato questo immenso continente, a come ogni volta il mio mal d’Africa sia stato rinfocolato dalle esperienze che ho fatto.
Un’attrazione che non si esaurisce solo nella nostalgia delle notti africane, nei cieli stellati, nei rumori della foresta, nel vento che fa sbattere la tenda, in cui dormi, nel ruggito di un leone nella notte silenziosa.
È anche questo ma non è solo questo, perché quell’atmosfera fatta di genti, di luoghi, di natura e culture è difficile da analizzare, ma nel suo insieme è diventata parte di me. L’Africa è un continente non omogeneo denso di mondi totalmente diversi da un paese all’altro eppure per me mettere piede in Africa in qualunque nazione è sempre un sentirsi a casa.
Oggi poi, a settantacinque anni, ogni ritorno potrebbe essere l’ultima occasione e ciò rende ogni viaggio ancora più intenso, quasi una urgenza perché chissà se e quando potrò tornare. Non ci ho mai pensato fino a poco tempo fa. Davo per scontato che la partenza fosse solo un arrivederci, ma, invece…, il tempo passa.
Tutti questi pensieri atterrando a Windhoek si dissolvono nel sole del mattina e nella immutata burocrazia comune a tutto il continente.
Due ore di lento procedere tra funzionari dell’immigrazione, che si impegnano a complicare cose semplici come un timbro su un passaporto e un visto d’ingresso.
Superati i controlli procediamo al recupero bagagli. Sono stati tutti disseminati in modo pittoresco senza alcuna logica o supervisione sul pavimento del salone destinato alla riconsegna. Spetta a noi completare una piccola caccia al tesoro per individuare i nostri.
Finalmente ce la facciamo e il viso aperto e sorridente di Hermann, la nostra guida namibiana, che condividerà con me e mio marito queste due settimane, che ci aspettano, è il benvenuto che ci rinfranca.

La riserva Etosha Heights
Una notte di riposo in un piccolo albergo a Windhoek. Un’oasi di quiete immersa nel verde di un giardino, dove è lo scrosciare dell’acqua in una vasca e il canto degli uccelli la colonna sonora. Alcune donne preparano il nostro pasto, affaccendandosi intorno a una cucina a vista, intima e accogliente.
Ritrovo Il mio primo Appletiser, un succo di mela frizzante, che sarà la mia sola bevanda insieme all’acqua per tutto il soggiorno.
La mattina dopo siamo pronti per iniziare l’avventura.
il 4×4 percorre la lunga strada diritta verso nord, su un altipiano più verde del previsto. Ha piovuto nei giorni scorsi e la vegetazione ha sostituito la terra riarsa e bruciata che ricordavo.
A metà strada verso l’Etosha ci femiamo a Otjiwa, una riserva privata tra acacie e boscaglia. La prima uscita in safari ci regala le giraffe e un rinoceronte insieme a gnu, zebre e gli immancabili springbok.

Dopo cena mi addormento subito nella tenda nella savana, per essere svegliata qualche ora dopo da un tafferuglio di francolini irrequieti. Nella notte le loro diatribe sono amplificate e ricorrenti. Così alterno momenti di sonno immersa nel silenzio a momenti di note stridule e metalliche, che ascolto rilassata e quasi cullata dalla vita notturna fuori dalla mia porta.
Mi alzo che è ancora buio. Non voglio mancare l’alba. I francolini sono ancora lì petulanti e in agitazione. Ci sono anche, molto più silenziosi, gli storni dalle piume blu brillante, che becchettano alla base del termitaio, mimetizzato tra gli alberi davanti alla tenda.
Sul vialetto per andare a colazione sento l’inconfondibile martellio del picchio. Mi fermo lo cerco con gli occhi. Lavora alacremente nella luce del primo mattino. Sono questi i miei primi scatti fotografici della giornata.
Ripartiamo verso la riserva Ethosha Heights ai confini sud-occidentali del Parco Etosha.
Dal lodge, situato in cima a una collina (kopie in lingua locale), si spazia sulle pozze di abbeveramento. La riserva alterna savana alberata, zone collinari e pianure aperte. Come sempre nel mondo selvaggio non sai mai cosa incontrerai, non ci sono “check list” da spuntare, hai solo una certezza, ovvero che difficilmente sarai deluso.
Con questo spirito ci dedichiamo alle tre uscite in safari nel parco: due nel pomeriggio al tramonto una la mattina poco dopo l’alba.
Siamo in bassa stagione e nella riserva i turisti sono pochi. La natura fa il suo corso indisturbata. È periodo di nascite per gli ungulati e quindi zebre, gnu e giraffe sono accompagnate da piccoli indifesi e teneri.

Ciononostante, anche se non lo so ancora, gli incontri di rilievo saranno tutti al maschile.
Alla prima uscita di sera due leoni, fratelli, hanno cacciato una zebra, probabilmente dopo qualche giorno di digiuno. La carcassa è una calamita per avvoltoi e uno sciacallo. Il nostro arrivo sul letto del fiume in secca scatena un fuggi fuggi. Gli avvoltoi però non si allontanano e dagli alberi intorno aspettano ansiosi l’opportunità di gettarsi su quello che resta della sfortunata zebra. Ma dove sono i due leoni? “Si sono allontanati per andare a bere alla pozza” mi dice Ramon il nostro ranger. Eccone uno di ritorno a fare da guardia alla sua preda. “Ubi maior minor cessat”. Gli avvoltoi si ritirano e il leone sfinito dalla caccia e dal cibo ingurgitato crolla a terra. Lo lasciamo riposare e, in un tramonto che tinge il cielo e le nuvole bianche di mille rossi, aranci e blu, ci accingiamo a tornare al lodge.
Ma la serata non è finita. Incontriamo l’altro leone che ancora si attarda a una pozza. Se la può prendere con calma, c’è il fratello a guardia del bottino, non ancora consumato.
Beve con avidità. Si guarda intorno un’attimo e torna a bere. Ma quanta acqua riesce a ingollare? Sembra non volersi fermare e non riuscire a calmare l’arsura.
Poi mentre il sole è oramai scomparso nel cielo e le ombre della notte avanzano velocemente, il nostro leone si stende a terra e come il fratello riposa, rilassato direi.

Sono felice tornando al lodge. Ho ritrovato la savana, l’adrenalina della caccia fotografica, la mia Africa.
La notte sono di nuova svegliata, questa volta dal ruggito in sordina del leone, che evidentemente non si è allontanato. Il suo richiamo riecheggia nella oscurità e risuona dentro di me con un’emozione che non ho mai dimenticato.
Spero di ritrovarlo alle prime luci. Sembra aspettarci prima di avviarsi in una lunga camminata alla ricerca di suo fratello. Senza infastidirlo lo seguiamo mentre avanza, marca il territorio, riposa e riprende la sua strada. Trascorre forse un ora ed è tempo di salutarlo perché Ramon ha identificato nell’area un altro maschio solitario.
È il rinoceronte bianco.
Dice Ramon che la piana aperta, dove ci stiamo dirigendo, è l’habitat ideale del rinoceronte bianco. Al contrario del nero che preferisce la fitta boscaglia.
Troviamo il nostro maschio solitario che pascola senza fretta. Lo seguiamo per un po’ mentre procede a caso mangiando quà e là. Dopo un primo sguardo alla nostra vettura, ci ignora e ci permette di accompagnarlo senza segni di insofferenza.

Non me ne andrei più e perdo la nozione del tempo in compagnia di questo amico selvatico, tanto mastodontico, quanto apparentemente inoffensivo, eppure tanto messo in pericolo dalla stupidità umana. Intanto intorno la vita è movimentata da tanti uccelli in volo o posati su rami di acacie e mopane. Ritrovo il mio preferito, la ghiandaia marina pettolilla (Lilac Breasted Roller). Un nome lungo per un uccellino di massimo 38 cm, ma i suoi colori lo rendono particolare anche nel colorato mondo dell’avifauna. Un petto lilla, ali blu – turchesi e su quel corpicino un esplosione di marroncini, verdi, gialli. Ce ne sono tante in questa zona, molte di più di quanto ricordassi, e catturare la loro immagine, quando prendono il volo, diventa una sfida tra me e mio marito, Claude.
È tempo di rientrare al lodge.

Sono appagata e soddisfatta, come del resto lo è anche mio marito..
Siamo comunque pronti nel pomeriggio per un’ ultima corsa nella riserva, dove un cielo fatto di mille nuvole danzanti ridisegna di continuo il paesaggio.
In lontananza sembra stia piovendo e le nuvole nere all’orizzonte si declinano, avvicinandosi, in tutti i colori del bianco.
Nel cielo senza confini il vento ne trascina legioni, a volte dense, a volte sfilacciate, altre solo dei batuffoli impalpabili. Il sole le riflette sul terreno della savana, sugli arbusti spinosi e sull’erba e i fiori gialli.
Respiro a pieni polmoni l’inconfondibile profumo della vegetazione africana, che si mischia all’odore della terra e della polvere.
Attraverso la radio Ramon viene a sapere che non lontano da dove siamo noi sono stati avvistati gli elefanti. Di nuovo dei maschi solitari.
Siccome nella riserva è consentito uscire dalle piste per addentrarsi nella boscaglia, Ramon prende una scorciatoia, attraversando un fiume in secca e tagliando tra la densa macchia.
Mi distraggo e non scanso abbastanza in fretta il mio braccio dalla acacia che sventaglia la fiancata del fuoristrada. Aggiungo così qualche graffio ai lividi, che immancabilmente mi procuro sobbalzando sul mezzo con la macchina fotografica a tracolla, appoggiata sulle gambe.
Rallentiamo la nostra corsa. Proseguiamo circospetti e silenziosi. Non vogliamo allarmare gli elefanti che ci vedono poco, ma ci sentono benissimo ed hanno un olfatto sviluppatissimo.
È una montagna grigia quella che compare improvvisamente alla nostra sinistra. Enorme, imponente, avanza muovendo le orecchie e facendo oscillare la proboscide. Ci togliamo dalla sua traiettoria e andiamo ad aspettarlo dove presumiamo si dirigerà. Un passo dopo l’altro ci viene incontro, con un brontolio intermittente basso. In realtà gli elefanti comunicano di continuo, ma il nostro orecchio non percepisce tutti i loro suoni e non è in grado di interpretare nemmeno il rumore del terreno su cui transitano con il loro considerevole peso.
Ramon ci dice che sta cercando di raggiungere un altro maschio a cui invia segnali.

Sono assorta nello scattare foto in una luce pomeridiana, che è la migliore possibile per chi fotografa, quando Claude mi tocca un braccio e mi indica un punto.
Un altro gigante sta avanzando e sullo sfondo tra il dorato delle nuvole illuminate dal sole calante è comparso un doppio arcobaleno.
Mentre i due elefanti si ricongiungono e si scambiano segni di saluto affiancandosi, toccandosi le proboscidi, muovendo le orecchie, io ho l’impressione di essere ospite di un giardino dell’eden. Mi guardo intorno mentre il sole sta incendiando l’orizzonte, gettando pennellate di colori cangianti sulle nuvole. Un terzo elefante avanza. Siamo in mezzo a loro, piccoli granelli umani, intrusi tra giganti, che strappano rami, mangiano, si tengono compagnia. Si stagliano contro il cielo emergendo dalla vegetazione arborea, che sovrastano.
Una sensazione di pace aleggia intorno a me, il silenzio è interrotto solo dallo spezzare di un ramo, da uno sbattere delle orecchie. Il vento è calato, un momento di sospensione immota, prima che il disco infuocato scompaia dietro l’orizzonte.
La magia lentamente si spegne nella notte che avanza. La luna, non ancora piena si sta rapidamente sostituendo al sole e qualche stella già brilla nel firmamento, non ancora completamente oscurato.
Senza dire una parola Ramon riaccende il motore e lentamente ci allontana dal sogno che abbiamo vissuto.
Damaraland
Riprendiamo il nostro itinerario sulle strade sterrate e polverose della Namibia.
Sembrerà una sciocchezza ma io amo le piste che attraversano i territori africani. Sono parte del paesaggio e ti obbligano a procedere ad una minore velocità. Non esiste il traffico. Qualche auto come la nostra si annuncia in un nugolo di polvere in lontananza e poi si dilegua. Per il resto è solo il nostro andare in una terra piena di sorprese.
Del resto oggi le auto hanno l’aria condizionata, possono chiudere fuori per qualche attimo l’aria esterna, limitando la polvere. Ben altra cosa da quegli anni in cui potevi solo alzare o abbassare il finestrino di velivoli molto meno confortevoli.
“Namibian massage” è chiamato lo sballottamento di un percorso sulle strade sterrate della Namibia, con quel senso dell’ironia africana impagabile. Noi ce ne siamo concessi più di tremila di chilometri e non ce ne rammarichiamo certo.
Quasi bruscamente il paesaggio, lungo il nastro di terra che stiamo percorrendo, cambia. Ci inoltriamo in canyon e montagne erose dal vento. L’occhio si perde tra rocce di basalto e granito, tra vallate punteggiate qua e là da qualche acacia o mopane, tra la sabbia bionda.
Ha piovuto brevemente ma intensamente nei giorni scorsi e le rocce si sono coperte di una peluria verde, mentre nelle valli fiori dal giallo brillante coprono il suolo come un tappeto e il bushman grass ondeggia nel vento, che non manca mai nelle aree desertiche della Namibia.
Noto un alberello solitario, aggrappato a rocce scabre, che spicca contro un cielo senza una nuvola.
Come avrà fatto il suo seme, sicuramente trasportato dal vento o da un uccello, ad attechire su un terreno tanto inospitale?

Proseguendo noto sempre posizionata sulle pendici di roccia una pianta grassa con un singolo fiore arancio per ogni braccio, il suo nome è Hodia.
L’insieme del paesaggio desertico, montagnoso e spazzato dal vento in una luce accecante è selvaggio e di abbagliante scenografia. Muta di continuo ma nello stesso tempo si ripete all’infinito. Nella calura è facile osservare qualche fenomeno di fata morgana.
Trascorre qualche ora di cui non ho percezione e inaspettatamente emerge dal nulla un campo tendato, la nostra destinazione di questa sera.
Una manciata di tende in una ampia valle sabbiosa all’interno di un anfiteatro di montagne rocciose e un fiume in secca, avvolta nel silenzio.
Hermann ferma un attimo la macchina per permetterci di assorbire la visione di tanta remota e solitaria vastità.
Siamo accolti da tutto il personale del lodge che intona un canto di benvenuto. Un ritmo di parole, di battimani e di ballo da cui emana una gioia, una ingenuità e un’allegria contagiosa. È una regola ripetitiva del campo, ma l’esibizione è entusiasta e piena di spontaneità. Si uniscono tutti nel ballo anche quelli che non sono preposti all’accoglienza. Ballare, cantare, ridere qui è parte della loro vita quotidiana. Non è un dovere, è fonte di gioia e condivisione. Se ne percepisce l’entusiasmo, non importa quante volte venga intonato il canto. Ce n’è uno di benvenuto, uno per la cena, uno per l’addio. Ogni occasione è buona per mettersi insieme e celebrare in musica e in smaglianti sorrisi la giornata che si svolge nella cornice di una natura maestosa.
Dalla mia tenda osservo l’immobilità fallace del paesaggio. Infatti niente è così mutevole come il deserto che di continuo viene ridisegnato dal vento, dall’erosione e dal movimento della sabbia. Condividiamo il nostro rifugio temporaneo con una famiglia di uccellini bianchi, con qualche sfumatura di marroncino, che ha fatto il nido sul fianco della nostra piattaforma.

“Ciao ragazzi ci vediamo più tardi”.
Mi arrampico sul fuoristrada aperto e via per il fiume in secca. Gli elefanti del deserto, che qui di solito si incontrano, si stanno spostando verso la costa e ci hanno detto con un po’ di apprensione che non li vedremo. Pazienza! Non ci sono garanzie quando sei nel mondo selvaggio. Tranquillizziamo i nostri anfitrioni e li assicuriamo che siamo molto felici di essere qui indipendentemente dagli incontri che faremo.
Ci fermiamo a bere un caffè nel letto del fiume con davanti una radura dove due giraffe e un piccolo stazionano. Lascio il tavolino pieghevole e le due sedie alle chiacchiere tra Claude e Hermann e, con la macchina fotografica, mi avvicino alle giraffe lentamente e circospetta, cercando di non spaventare l’avifauna che si nasconde tra i rami delle acacie. Il piccolo di giraffa è guardato a vista dalla madre e probabilmente dalla sorella maggiore. Lui cerca di guadagnarsi la sua autonomia, esplorando quanto lo circonda, ma al primo alito di vento il suo coraggio viene meno e si rifugia vicino agli adulti.
Sono distratta da un bucero, che è un punto di luce nel verde dei rami con il suo grande becco giallo e le sue piume screziate di bianco. Mi immobilizzo per non farlo volar via e mi concede qualche attimo per scattare foto, ma poi prende il volo.

Si è fatto mezzogiorno e finalmente incomincia a fare quasi caldo. Ritorno alla macchina e ai miei compagni di viaggio. Mi aspetta una sorpresa. Invece di ritornare al lodge il nostro pranzo ci viene preparato su una tavola apparecchiata con tovaglia e posate sotto gli alberi in mezzo alla boscaglia. Sono felici della mia sorpresa il cuoco e un paio di donne del lodge, che hanno lavorato per trasportare tutto, apparecchiare e offrirci questo momento incantevole. Brindo a loro e ringrazio e loro in risposta intonano subito una canzone battendo le mani e iniziando a ballare.
Sulla via del ritorno un ultimo colpo di fortuna: un damara dik dik. È una piccolissima antilope, le cui dimensioni le consentono di risultare invisibile anche dietro a un basso cespuglio. É timidissima e molto elusiva così è piuttosto raro avvistarla. Noi riusciamo a coglierla perché si ferma curiosa a guardarci qualche secondo prima di dileguarsi.
La sera intorno al fuoco scoppiettante e al profumo di legna che brucia, scorrono nella mia mente le immagini di questa giornata così unica, mentre la luna piena illumina le montagne e la sua luce intensa nella lieve brezza e nell’aria tersa, attenua la luminosità delle stelle.
Domattina si riparte.
