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Meraviglia Zimbabwe, il Paese che incanta

Dalle Cascate Vittoria alle rovine del Grande Zimbabwe, tra safari, montagne e antichi regni. Il racconto di un’Africa da sogno attraverso uno dei Paesi più ricchi di natura selvaggia, ma anche storia e cultura

 

C’è un’Africa che vive nell’immaginario collettivo: quella dei tramonti infuocati, degli elefanti che attraversano le pianure al tramonto, dei baobab secolari e dei villaggi dove il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso. E poi c’è lo Zimbabwe, un Paese che riesce a racchiudere tutto questo, ma senza le folle di turisti che affollano altre destinazioni dell’Africa australe. Per molti anni il suo nome è stato associato quasi esclusivamente alle crisi economiche, all’iperinflazione, alla lunga stagione politica di Robert Mugabe e alle difficoltà di un Paese ricchissimo di risorse ma impoverito da decenni di instabilità. Eppure chi attraversa oggi i suoi confini scopre una realtà sorprendente: una delle migliori reti di parchi nazionali del continente, una fauna straordinaria, alcuni dei siti archeologici più importanti dell’Africa subsahariana e un popolo che continua a distinguersi per cortesia, dignità e ospitalità. Lo Zimbabwe è uno dei pochi Paesi africani in cui si può passare, nell’arco della stessa giornata, dal rombo assordante di una delle cascate più spettacolari del pianeta al silenzio assoluto della savana, interrotto soltanto dal richiamo delle aquile pescatrici africane. È una terra da vivere lentamente. Qui il viaggio non consiste soltanto nello spuntare attrazioni da una lista, ma nell’ascoltare le storie raccontate dalle guide locali, nel fermarsi lungo una pista sterrata ad aspettare il passaggio di una famiglia di elefanti, nel bere una birra ghiacciata osservando il sole tramontare sullo Zambesi. Con quasi 400.000 chilometri quadrati di superficie, lo Zimbabwe offre una varietà di paesaggi sorprendente: foreste di miombo, montagne granitiche, altipiani, grandi laghi artificiali, fiumi leggendari e alcune delle aree protette meglio conservate dell’intera Africa australe. Cinque siti sono iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, tra cui le Cascate Vittoria, il paesaggio culturale delle Matobo Hills e le monumentali rovine del Grande Zimbabwe.

Il periodo migliore coincide con la stagione secca, da maggio a ottobre. Tra giugno e agosto le temperature sono miti, il cielo è terso e i safari offrono ottime possibilità di osservare gli animali concentrati intorno alle pozze d’acqua. Settembre e ottobre sono invece i mesi ideali per chi sogna grandi incontri con gli elefanti: il caldo aumenta, la vegetazione si dirada e la fauna si raduna lungo i corsi d’acqua. La stagione delle piogge, da novembre a marzo, regala paesaggi verdissimi e un’esplosione di vita per gli appassionati di birdwatching, mentre le Cascate Vittoria raggiungono la loro massima portata. Dall’Italia non esistono collegamenti diretti. Le combinazioni più comode prevedono uno scalo ad Addis Abeba, Doha, Istanbul o Johannesburg, con arrivo a Victoria Falls oppure nella capitale Harare. Per un itinerario completo conviene entrare dal nord-ovest, alle Cascate Vittoria, e uscire da Harare. Le grandi distanze suggeriscono di noleggiare un fuoristrada oppure affidarsi a un tour organizzato. Le principali arterie asfaltate sono generalmente in buone condizioni, mentre molti parchi nazionali richiedono veicoli 4×4. I tempi di percorrenza sono spesso superiori a quelli indicati dai navigatori satellitari: è bene evitare di guidare dopo il tramonto. Qui di seguito trovate il racconto di un viaggio che attraversa l’intero Paese seguendo un filo logico: dalla natura più spettacolare fino ai luoghi che raccontano la nascita della civiltà shona. Da Victoria Falls a Hwange, da Bulawayo a Matobo Hills da Great Zimbabwe ad Harare e alle Eastern Highlands, con qualche deviazione facoltativa e suggerita.

Il fumo che tuona

Per gli abitanti del posto non sono semplicemente le Victoria Falls. Sono Mosi-oa-Tunya, “il fumo che tuona”. Prima ancora di vederle, le si sente. Un rombo cupo che cresce chilometro dopo chilometro. Poi compare una nube bianca che sale verso il cielo come il pennacchio di un vulcano. Infine, improvvisamente, la foresta si apre. Davanti agli occhi compare una fenditura lunga quasi due chilometri nella quale il fiume Zambesi precipita con una potenza impressionante. Le Cascate Vittoria non sono le più alte del mondo né le più larghe, ma probabilmente sono quelle che offrono il fronte continuo d’acqua più spettacolare del pianeta, tanto da essere riconosciute dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità condiviso tra Zimbabwe e Zambia. La maggior parte dei punti panoramici si trova sul versante zimbabwese. Qui una rete di sentieri attraversa una foresta pluviale alimentata dagli spruzzi delle cascate: un microclima che mantiene la vegetazione verde durante tutto l’anno. Ogni curva regala prospettive differenti. Il Devil’s Cataract. Main Falls. Rainbow Falls. Danger Point. Nelle giornate di sole, gli arcobaleni sembrano sospesi nell’aria per ore. Durante la stagione delle piene gli spruzzi possono raggiungere oltre quattrocento metri di altezza, bagnando completamente i visitatori. Portare una mantella impermeabile non è un consiglio: è una necessità. Dedicate almeno una giornata intera alle cascate. Il momento migliore è la mattina presto, quando la luce illumina frontalmente il fronte d’acqua e il sole crea spettacolari arcobaleni. Nel pomeriggio vale la pena raggiungere il celebre Victoria Falls Bridge, inaugurato nel 1905, capolavoro dell’ingegneria coloniale sospeso sopra la gola dello Zambesi. Gli amanti dell’adrenalina possono cimentarsi nel bungee jumping, nella zipline oppure affrontare le rapide del Batoka Gorge, considerate tra le migliori al mondo per il rafting. Chi preferisce un’esperienza più rilassata dovrebbe invece concedersi una crociera al tramonto sullo Zambesi. Mentre il sole cala dietro gli alberi di mopane, ippopotami e coccodrilli emergono lentamente dall’acqua e gli elefanti raggiungono il fiume per abbeverarsi. È uno dei tramonti più belli dell’Africa.

Da non perdere: passeggiata completa lungo tutti i belvedere, crociera sullo Zambesi, sorvolo in elicottero, visita al ponte storico. Per i fotografi: tra aprile e luglio gli spruzzi sono spettacolari ma rendono difficile scattare fotografie; tra agosto e ottobre la portata diminuisce e la visibilità migliora.

Il regno degli elefanti

Lasciate alle spalle le Cascate Vittoria, la strada piega verso sud-est attraversando una campagna punteggiata da villaggi, termitai alti quanto una casa e boschi di teak e mopane. Dopo circa due ore e mezza di viaggio appare il cancello del Parco Nazionale di Hwange, il più vasto dello Zimbabwe e una delle aree protette più straordinarie dell’intero continente. Con i suoi quasi 15.000 chilometri quadrati, Hwange è grande quanto il Montenegro. Un mosaico di savane, praterie, boscaglie e depressioni sabbiose dove vivono oltre cento specie di mammiferi e più di quattrocento specie di uccelli. Ma soprattutto è la terra degli elefanti. Si stima che il parco ospiti una delle più numerose popolazioni di elefanti dell’Africa. Durante la stagione secca non è raro osservare gruppi di cento, duecento o persino trecento individui riuniti attorno alle pozze d’acqua. Una scena che difficilmente si dimentica. L’acqua, qui, è il vero motore della vita. Gran parte delle pozze viene alimentata artificialmente grazie a pompe azionate a energia solare o da vecchi motori diesel, una tradizione iniziata già negli anni Trenta del Novecento. Senza questo sistema, molti animali sarebbero costretti a spostarsi altrove durante i mesi più aridi.

Ma ridurre Hwange agli elefanti sarebbe un errore. Tra le acacie si muovono branchi di bufali, giraffe, zebre di Burchell, kudu, impala, antilopi sable e roane, mentre i predatori seguono con pazienza gli spostamenti delle prede. Leoni, leopardi e iene maculate sono relativamente facili da avvistare; più difficile, ma non impossibile, incontrare il raro licaone africano, uno dei carnivori più minacciati del pianeta. Per gli appassionati di fotografia naturalistica, Hwange è un paradiso. Le piste sono poco trafficate rispetto ai grandi parchi del Kenya o della Tanzania e capita spesso di trascorrere ore intere senza incrociare altri veicoli. Il senso di wilderness è autentico. La giornata inizia prima dell’alba. Alle cinque e mezza il campo si anima lentamente. Un caffè veloce, qualche biscotto, poi si sale sul fuoristrada aperto mentre il cielo inizia appena a schiarire.

Le prime ore del mattino sono le migliori. L’aria è fresca, i predatori sono ancora in movimento e la luce radente trasforma la savana in un immenso set fotografico. La guida procede lentamente, quasi in silenzio. Ogni impronta racconta una storia. Un leone è passato durante la notte. Una iena ha seguito un branco di impala. Gli avvoltoi che volteggiano all’orizzonte potrebbero indicare una carcassa. Il safari diventa così una sorta di indagine, dove nulla è lasciato al caso. A metà mattina gli animali cercano l’ombra e il ritmo rallenta. È il momento ideale per rientrare al lodge, fare colazione con calma e concedersi qualche ora di relax osservando gli animali che frequentano la pozza d’acqua davanti alla terrazza. Nel pomeriggio si riparte. La luce diventa sempre più calda. Le giraffe sembrano scolpite nel bronzo. I branchi di elefanti si dirigono lentamente verso le pozze. Poi arriva il tramonto. E con lui quella magia che rende i safari africani qualcosa di irripetibile.

Chi visita Hwange dovrebbe concedersi almeno una camminata nella savana accompagnato da una guida armata. Non si percorrono lunghe distanze. Si cammina lentamente. L’obiettivo non è cercare i grandi mammiferi, ma imparare a leggere la natura. Le impronte raccontano quali animali sono passati poche ore prima. Gli escrementi rivelano dieta e stato di salute. Le piante medicinali custodiscono saperi tramandati da generazioni. Persino un termitaio diventa una lezione di ecologia. È un’esperienza completamente diversa dal safari in automobile e permette di comprendere quanto complesso sia questo ecosistema.

Pochi chilometri fuori dal parco merita una visita il Painted Dog Conservation Centre, nato per proteggere il licaone africano. Con il mantello maculato e le grandi orecchie arrotondate, il licaone è uno dei predatori più efficienti dell’Africa, ma anche uno dei più minacciati. Trappole, perdita di habitat e conflitti con gli allevatori hanno ridotto drasticamente le popolazioni. Il centro svolge un importante lavoro di ricerca, recupero degli animali feriti e sensibilizzazione delle comunità locali. Una visita permette di conoscere più da vicino questa specie affascinante e di sostenere concretamente la sua conservazione. Periodo migliore: da luglio a ottobre, quando gli animali si concentrano attorno alle pozze. Safari consigliati: uno all’alba, uno al tramonto e almeno una camminata naturalistica. Per i fotografi: portare un teleobiettivo da almeno 400 mm e un bean bag da appoggiare sul bordo del veicolo. Dove dormire: i lodge all’interno del parco offrono un’esperienza immersiva, mentre quelli nelle concessioni private permettono spesso safari notturni e walking safari esclusivi.

La città elegante

Dopo giorni trascorsi nella savana, Bulawayo sorprende. Non ha il traffico caotico di molte capitali africane né i grattacieli di Johannesburg. È una città ordinata, rilassata, attraversata da ampi viali alberati e impreziosita da edifici in pietra costruiti durante l’epoca coloniale. Fondata nel XIX secolo come capitale del regno ndebele, Bulawayo conserva ancora oggi un’identità culturale distinta rispetto al resto del Paese, a maggioranza shona. Qui il tempo sembra scorrere più lentamente. Le librerie indipendenti convivono con vecchi cinema Art Déco. I caffè del centro ricordano un’altra epoca. Le persone si salutano per strada. Vale la pena dedicarle almeno una giornata. Non tanto per collezionare monumenti, quanto per respirarne l’atmosfera. Il Natural History Museum custodisce una delle collezioni zoologiche più importanti dell’Africa australe, con esposizioni dedicate alla geologia, alla fauna e alla storia naturale dello Zimbabwe.

Poco distante, il Museo delle Ferrovie racconta il ruolo fondamentale che la rete ferroviaria ebbe nello sviluppo dell’Africa australe. Le vecchie locomotive a vapore, perfettamente conservate, sono un piccolo paradiso per gli appassionati di archeologia industriale. Bulawayo è anche il luogo ideale per acquistare artigianato di qualità: sculture in serpentino, cesti intrecciati e tessuti realizzati dalle cooperative locali. La città offre alcuni dei migliori ristoranti dello Zimbabwe. Vale la pena assaggiare una sadza preparata secondo la tradizione, accompagnata da carne alla griglia o da gustosi stufati di verdure. Per chi desidera un’esperienza più contemporanea non mancano bistrot e caffetterie frequentati dalla giovane borghesia locale.

Da vedere: centro storico, Natural History Museum, Railway Museum e mercati artigianali. Per i fotografi: le prime ore del mattino regalano una luce splendida sugli edifici coloniali.

Dove la pietra racconta la storia

Da Bulawayo bastano meno di cinquanta chilometri per ritrovarsi in uno dei paesaggi più straordinari dell’intero continente. Le Matobo Hills non sono una catena montuosa nel senso classico del termine, ma un immenso mare di granito modellato dal tempo. Per milioni di anni vento, pioggia ed escursioni termiche hanno scolpito enormi blocchi di roccia, trasformandoli in incredibili equilibri naturali: massi tondeggianti impilati gli uni sugli altri, giganteschi “funghi” di pietra, colline levigate che sembrano onde pietrificate. È un paesaggio quasi irreale, tanto che i primi esploratori europei faticarono a descriverlo. Gli abitanti ndebele e shona, invece, lo considerano da secoli una terra sacra, popolata dagli spiriti degli antenati. Ancora oggi molti santuari continuano a essere luoghi di pellegrinaggio e di culto. Non sorprende che l’UNESCO abbia inserito le Matobo Hills tra i patrimoni dell’umanità, riconoscendone non solo il valore paesaggistico, ma anche quello storico e spirituale.

Le rocce delle Matobo custodiscono uno dei più ricchi complessi di pitture rupestri dell’Africa australe. In centinaia di grotte e ripari naturali, gli antichi cacciatori-raccoglitori San – chiamati in passato Boscimani – hanno lasciato migliaia di dipinti realizzati nell’arco di migliaia di anni. Antilopi, giraffe, zebre, scene di caccia, danze rituali e figure umane raccontano un mondo ormai scomparso, ma ancora sorprendentemente vivo sulle pareti di pietra. Visitare siti come Nswatugi Cave, Bambata Cave o Pomongwe Cave significa entrare in un museo senza tetto, dove ogni disegno rappresenta una finestra aperta sulla vita delle popolazioni che abitavano questa regione molto prima dell’arrivo degli agricoltori bantu. Le guide locali aiutano a interpretare simboli e significati, spiegando come molte di queste immagini fossero legate a pratiche spirituali e rituali sciamanici.

Se le pitture rupestri raccontano il passato, il presente delle Matobo è fatto soprattutto di conservazione. Il parco ospita una delle popolazioni di rinoceronte bianco più importanti dello Zimbabwe e una presenza significativa di rinoceronte nero, specie gravemente minacciata dal bracconaggio. La particolarità è che qui è possibile osservare questi giganti… a piedi. Naturalmente non da soli. Accompagnati da ranger altamente qualificati, piccoli gruppi seguono le tracce lasciate dagli animali fino a raggiungerli mantenendo sempre una distanza di sicurezza. È una delle esperienze più intense che si possano vivere in Africa. Non c’è il rumore del motore. Non esiste il filtro del parabrezza. Si sente soltanto il vento. Il fruscio dell’erba. Il respiro dell’animale. Quando un rinoceronte di oltre due tonnellate alza lentamente la testa e guarda nella vostra direzione, si comprende quanto fragile sia il confine tra uomo e natura. È un incontro che lascia il segno.

Le Matobo custodiscono anche uno dei luoghi più controversi del continente. Sulla sommità di Malindidzimu, conosciuta dai coloni come World’s View, si trova la tomba di Cecil Rhodes, imprenditore britannico e principale artefice dell’espansione coloniale inglese nell’Africa australe.

Fu lui a dare il proprio nome alla Rhodesia, lo Stato che occupava gran parte degli attuali Zimbabwe e Zambia. La scelta di farsi seppellire qui fu tutt’altro che casuale: Rhodes rimase folgorato dal panorama e volle che il suo corpo riposasse “dove il mondo sembra finire”. Oggi quel luogo suscita sentimenti contrastanti. Per alcuni rappresenta una pagina importante della storia. Per altri è il simbolo del colonialismo e dell’espropriazione delle terre africane. Vale comunque la pena visitarlo, soprattutto per il panorama spettacolare che si apre sulle colline di granito.

Da non perdere: trekking con i ranger alla ricerca dei rinoceronti, pitture rupestri, tramonto da World’s View. Per chi ama camminare: numerosi sentieri permettono di esplorare il parco senza veicoli. Attrezzatura: scarponcini leggeri, cappello e binocolo.

Rovine grandiose

Lasciando Bulawayo alle spalle e dirigendosi verso est, il paesaggio cambia lentamente. La savana lascia spazio agli altipiani. Le grandi mandrie di bovini attraversano le strade sterrate. I villaggi si fanno più numerosi. Dopo circa quattro ore di viaggio appare uno dei luoghi più importanti dell’intera storia africana. Le rovine del Great Zimbabwe. Chi arriva qui per la prima volta rimane quasi sempre sorpreso. Per decenni la storiografia coloniale ha descritto l’Africa subsahariana come un continente privo di grandi civiltà urbane. Great Zimbabwe smentisce questa narrazione in modo clamoroso. Tra l’XI e il XV secolo, infatti, qui sorse la capitale di un potente regno che controllava i commerci tra l’entroterra e la costa dell’Oceano Indiano. Oro. Avorio. Rame. Perle. Tessuti provenienti dalla Persia. Porcellane cinesi. Oggetti arrivati perfino dall’India. Gli scavi archeologici hanno restituito testimonianze di una rete commerciale sorprendentemente estesa. Fu proprio da questo luogo che lo Stato moderno, nato nel 1980 dopo l’indipendenza, scelse il proprio nome. Zimbabwe, infatti, deriva dall’espressione shona Dzimba dza mabwe, “grandi case di pietra”.

Ciò che colpisce maggiormente sono le mura. Blocchi di granito perfettamente lavorati e sovrapposti senza utilizzare malta. Alcuni tratti raggiungono gli undici metri di altezza e i sei di spessore. Ancora oggi gli archeologi discutono sulle tecniche costruttive utilizzate. Il complesso è diviso in tre aree principali.  Hill Complex È la parte più antica. Sorge sulla sommità di una collina granitica e probabilmente ospitava il sovrano e i luoghi cerimoniali. La salita richiede una ventina di minuti, ma il panorama ripaga ogni sforzo. Great Enclosure È il simbolo del sito. Un’enorme cinta muraria ellittica, lunga circa 250 metri, all’interno della quale si erge la celebre torre conica. La funzione di questa torre resta ancora oggi un mistero. Granai? Simbolo del potere? Elemento rituale? Le ipotesi sono molte, ma nessuna definitiva. Valley Ruins  Qui viveva probabilmente gran parte della popolazione. Le fondamenta delle abitazioni permettono di immaginare una città che, nel suo periodo di massimo splendore, poteva ospitare fino a ventimila abitanti. Per gli standard dell’Africa medievale era una vera metropoli.

Molti visitatori dedicano al sito appena due ore. È un errore. Great Zimbabwe merita almeno  un’intera giornata. Conviene affidarsi a una guida locale. Non solo per comprendere il significato delle strutture, ma anche per ascoltare le leggende legate agli uccelli di pietra dello Zimbabwe, divenuti il simbolo nazionale e riprodotti perfino sulla bandiera e sulle banconote. Nel piccolo museo archeologico sono conservati alcuni reperti originali e copie delle celebri sculture.

Da non perdere: salita all’Hill Complex al tramonto. Per i fotografi: la luce migliore arriva nelle ultime due ore del pomeriggio, quando il granito assume tonalità dorate. Curiosità: molti blocchi di pietra pesano diverse tonnellate e sono stati trasportati e lavorati senza l’impiego di animali da tiro o ruote.

La capitale che non ti aspetti

Per molti viaggiatori Harare rappresenta poco più di una porta d’ingresso. Si atterra, si ritira l’auto a noleggio e si riparte immediatamente verso i parchi nazionali. È un peccato, perché la capitale dello Zimbabwe racconta un volto del Paese che difficilmente si coglie altrove: quello di una società giovane, dinamica, colta e creativa, che continua a reinventarsi nonostante le difficoltà economiche. Con oltre due milioni di abitanti nell’area metropolitana, Harare sorge a circa 1.500 metri di altitudine. Il clima è sorprendentemente piacevole per gran parte dell’anno: le notti sono fresche anche durante l’estate australe e le giornate raramente raggiungono le temperature torride tipiche di altre capitali dell’Africa meridionale. La città, fondata nel 1890 dai coloni britannici con il nome di Salisbury, conserva ancora oggi un impianto urbanistico ordinato, fatto di grandi viali alberati, parchi pubblici e quartieri residenziali immersi nel verde. Dopo l’indipendenza, nel 1982, assunse il nome di Harare, in omaggio al capo shona Neharawa.

Chi arriva aspettandosi una metropoli caotica rimane spiazzato. Le jacarande colorano di viola interi quartieri durante la primavera australe, gli alberi di flamboyant incendiano le strade di rosso, mentre nei giardini pubblici si osservano facilmente aquile, martin pescatori e ibis sacri. Poche capitali africane possono vantare un patrimonio arboreo così esteso. Naturalmente esiste anche un’altra Harare, quella dei blackout elettrici, dell’inflazione che ha segnato profondamente la vita quotidiana, delle code davanti agli sportelli bancari e dei venditori ambulanti che cercano di integrare un reddito sempre più fragile. Ma ridurre la città a questi problemi sarebbe profondamente ingiusto. Harare è anche la capitale dell’arte contemporanea dell’Africa australe.

Una visita dovrebbe iniziare dalla National Gallery of Zimbabwe, inaugurata nel 1957 e oggi considerata una delle istituzioni culturali più importanti dell’intero continente. Le sale ospitano opere di artisti zimbabwesi e internazionali, ma il vero motivo della visita è comprendere come l’arte locale abbia saputo emanciparsi dagli stereotipi dell’artigianato turistico. Qui si scoprono pittori, fotografi e scultori che affrontano temi come l’identità africana, la memoria coloniale, il cambiamento climatico, l’urbanizzazione e la condizione femminile. Lo Zimbabwe, infatti, è celebre in tutto il mondo per la scultura in serpentino, una tradizione artistica sviluppatasi soprattutto a partire dagli anni Sessanta grazie al movimento della cosiddetta “Shona Sculpture”. Blocchi di pietra verdastra vengono trasformati in opere di sorprendente eleganza, spesso ispirate al rapporto tra uomo, natura e spiritualità. Se desiderate acquistare una scultura, fatelo direttamente negli atelier o nelle gallerie autorizzate. Oltre a sostenere gli artisti, avrete la certezza dell’autenticità dell’opera.

Per comprendere davvero Harare bisogna allontanarsi dai quartieri eleganti. Il mercato di Mbare è uno dei più grandi dell’Africa australe. Fin dalle prime ore del mattino migliaia di persone arrivano da ogni parte del Paese per vendere frutta, ortaggi, granaglie, mobili, abiti usati, componenti elettronici e qualsiasi altro oggetto immaginabile. È un universo caotico. Rumoroso. Colorato. Profumato di spezie, carne alla brace e frutta tropicale. Qui si percepisce tutta la straordinaria capacità di adattamento degli zimbabwesi. Tra una bancarella e l’altra si incontrano giovani imprenditori che riparano telefoni cellulari, falegnami che costruiscono mobili su misura, donne che preparano piatti tradizionali e piccoli commercianti capaci di reinventarsi ogni giorno. Come in ogni grande mercato urbano africano è consigliabile visitarlo accompagnati da una guida locale, sia per orientarsi sia per comprendere le dinamiche sociali ed economiche del quartiere.

Chi desidera rallentare il ritmo dovrebbe trascorrere qualche ora nei National Botanic Gardens, poco fuori dal centro. Oltre novecento specie vegetali raccontano la straordinaria biodiversità dello Zimbabwe. Tra giganteschi fichi selvatici, aloe, cicadi e acacie si osservano facilmente scoiattoli, camaleonti e numerose specie di uccelli. È anche il luogo ideale per capire quanto la flora dello Zimbabwe cambi passando dagli altipiani alle foreste montane, fino alle savane aride dell’ovest.

Harare rappresenta probabilmente il luogo migliore per esplorare la cucina nazionale. Naturalmente la sadza, una polenta di mais bianco, rimane il piatto quotidiano della maggioranza della popolazione. Viene servita con carne alla brace, pollo, pesce del lago Kariba, verdure cotte, fagioli o con il tradizionale nyama, termine che indica genericamente la carne. Chi ama sperimentare dovrebbe provare la carne di coccodrillo, il bream pescato nei laghi interni oppure le maputi, il mais tostato venduto agli angoli delle strade. Durante la stagione delle piogge fanno la loro comparsa anche i celebri bruchi mopane, ricchi di proteine e considerati una prelibatezza in molte regioni dell’Africa australe. Essiccati o cucinati in umido con pomodoro e cipolla, rappresentano uno degli alimenti tradizionali più interessanti da scoprire.

Harare offre sistemazioni per tutte le tasche. Gli hotel internazionali si concentrano nei quartieri di Avondale e Borrowdale, mentre numerose guesthouse familiari rappresentano un’ottima soluzione per chi desidera entrare maggiormente in contatto con la popolazione locale. Negli ultimi anni sono aumentati anche i piccoli boutique hotel ricavati da eleganti ville coloniali, spesso immersi in giardini ricchi di alberi e fiori tropicali.

Da non perdere: National Gallery, Mbare Market, National Botanic Gardens. Per chi ama l’arte: dedicate almeno mezza giornata agli atelier di scultura in serpentino. Acquisti consigliati: sculture, cesti intrecciati, tessuti stampati, gioielli realizzati con materiali riciclati.

Verso le montagne

Lasciando Harare in direzione est, la strada attraversa coltivazioni di tabacco, campi di mais e piccoli villaggi rurali. Il traffico diminuisce progressivamente, l’aria si fa più fresca e all’orizzonte compaiono le prime montagne. Molti viaggiatori ignorano questa regione, attratti soprattutto dai grandi parchi nazionali. È un errore. Le Eastern Highlands custodiscono uno dei paesaggi più sorprendenti dell’intera Africa australe: foreste montane, cascate, vallate ricoperte di felci, piantagioni di tè, sentieri escursionistici e una biodiversità completamente diversa rispetto alle savane visitate nei giorni precedenti. Qui il viaggio cambia ancora una volta volto. Lo Zimbabwe dimostra, forse più di qualsiasi altro Paese africano, di non poter essere racchiuso in un unico stereotipo.

Chi immagina questo Paese come un susseguirsi di savane e acacie rimane inevitabilmente sorpreso quando raggiunge le Eastern Highlands. Qui l’Africa cambia davvero volto. La pianura lascia spazio a montagne coperte di foreste, vallate attraversate da torrenti cristallini e dolci colline dove si alternano piantagioni di tè, boschi di pini e villaggi agricoli. Il paesaggio ricorda, a tratti, gli altopiani del Ruanda o le Cameron Highlands della Malesia più che l’immagine classica dell’Africa australe. Questa lunga dorsale montuosa segna il confine con il Mozambico e si estende per circa trecento chilometri. L’altitudine, che supera spesso i duemila metri, crea un microclima fresco e umido, capace di ospitare una biodiversità unica. Numerose specie di piante, anfibi e uccelli vivono esclusivamente in queste montagne, considerate uno degli hotspot ecologici dell’Africa meridionale. Per il viaggiatore rappresentano soprattutto un’occasione per rallentare il ritmo. Dopo giorni trascorsi tra safari e lunghi trasferimenti, le Eastern Highlands invitano a camminare, respirare e osservare.

Il cuore della regione è il Nyanga National Park, un altopiano ondulato punteggiato da brughiere, laghetti e corsi d’acqua. Le temperature raramente diventano eccessive e, nelle mattine invernali, una sottile nebbia avvolge le vallate creando un’atmosfera quasi scozzese. Qui si trova il Monte Nyangani, con i suoi 2.592 metri la vetta più alta dello Zimbabwe. L’escursione fino alla cima non presenta particolari difficoltà tecniche, ma richiede un buon allenamento e va affrontata nelle prime ore del mattino. Il panorama spazia su un mosaico di colline e foreste che si perde fino al Mozambico. La montagna è avvolta da numerose leggende. Gli abitanti raccontano che gli spiriti degli antenati abitino ancora questi luoghi e invitano a non avventurarsi fuori dai sentieri nelle giornate di nebbia. Al di là del folklore, la prudenza è comunque d’obbligo: il tempo può cambiare rapidamente e la visibilità ridursi in pochi minuti. Poco distante si trovano le Mutarazi Falls, le cascate più alte del Paese. L’acqua precipita per oltre settecento metri lungo una parete rocciosa ricoperta di vegetazione. Una passerella sospesa permette di affacciarsi sul vuoto regalando una vista spettacolare. Per gli amanti dell’avventura è disponibile anche una zipline che attraversa la gola: una delle più lunghe dell’Africa.

Scendendo verso sud si raggiunge la regione di Bvumba, un angolo di Zimbabwe che sembra uscito da un romanzo inglese. Le colline sono ricoperte da fitte foreste sempreverdi, attraversate da sentieri dove prosperano felci giganti, orchidee selvatiche e alberi ricoperti di muschio. La pioggia è frequente e il verde domina ogni panorama. Lungo la strada compaiono ordinate piantagioni di tè, introdotte durante il periodo coloniale e ancora oggi tra le più importanti del Paese. Vale la pena fermarsi in una delle aziende agricole aperte ai visitatori per osservare la raccolta delle foglie e seguire le fasi della lavorazione, dalla fermentazione all’essiccazione. Una tazza di tè sorseggiata su una veranda affacciata sulle colline è uno dei piaceri più semplici e autentici di questo viaggio.

Le Eastern Highlands sono un paradiso per gli appassionati di birdwatching. Più di trecento specie popolano la regione, tra cui il turaco di Livingstone, numerosi nettarinidi e rapaci che sfruttano le correnti ascensionali lungo le montagne. Anche i botanici trovano qui un laboratorio naturale straordinario. Alcune foreste relitte conservano specie vegetali sopravvissute ai grandi cambiamenti climatici del passato. Per questo motivo molti sentieri sono accompagnati da guide naturalistiche che aiutano a comprendere il delicato equilibrio di questi ecosistemi.

Da non perdere: Monte Nyangani, Mutarazi Falls, foreste di Bvumba, piantagioni di tè. Per chi ama camminare: è la regione migliore dello Zimbabwe per il trekking. Periodo ideale: da aprile a ottobre, quando il clima è fresco e le piogge sono limitate.

Kariba, tramonti senza fine

Chi dispone di qualche giorno in più dovrebbe prendere in considerazione una deviazione verso il Lago Kariba, il più grande lago artificiale dell’Africa per volume d’acqua. Creato negli anni Cinquanta con la costruzione della diga sul fiume Zambesi, Kariba ha completamente trasformato il paesaggio e l’economia della regione. Oggi rappresenta una delle principali destinazioni per la pesca sportiva e i safari in barca. Le rive sono costellate di alberi morti che emergono dall’acqua come sculture naturali. Al tramonto le loro sagome nere si riflettono sulla superficie immobile del lago, creando uno dei panorami più fotografati dello Zimbabwe. Molti visitatori scelgono di trascorrere due o tre notti a bordo di una houseboat, vere e proprie case galleggianti dotate di cabine, cucina e ponte panoramico. Durante la navigazione è facile osservare elefanti, ippopotami, coccodrilli e grandi stormi di pellicani. Kariba è anche il luogo ideale per pescare il celebre tiger fish, uno dei pesci d’acqua dolce più combattivi del mondo.

Mana Pools, i safari più selvaggi

Per molti esperti rappresenta il parco nazionale più affascinante dello Zimbabwe. Situato lungo il medio corso dello Zambesi e dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, Mana Pools National Park offre un’esperienza completamente diversa rispetto a Hwange. Qui il protagonista non è il veicolo. È il cammino. Mana Pools è uno dei pochi luoghi dell’Africa dove è possibile effettuare lunghi safari a piedi tra elefanti, bufali e grandi predatori, sempre accompagnati da ranger altamente qualificati. Le vaste pianure alluvionali si allagano durante la stagione delle piogge e si trasformano poi in immense praterie frequentate da migliaia di animali. Gli elefanti del parco sono celebri per una curiosa abilità: molti imparano ad alzarsi sulle zampe posteriori per raggiungere i frutti più alti degli alberi di albida. È una scena rarissima altrove. La sensazione di trovarsi in un’Africa quasi incontaminata rende Mana Pools una meta da sogno per naturalisti e fotografi.

La cucina dello Zimbabwe

Un viaggio nei sapori della terra. Se i safari raccontano la ricchezza della fauna e le antiche città di pietra testimoniano la profondità della storia del Paese, la cucina offre un’altra chiave di lettura per comprendere lo Zimbabwe. È una gastronomia poco conosciuta fuori dai confini nazionali, priva dell’esuberanza di quella etiope o della fama raggiunta dalla cucina sudafricana, ma capace di sorprendere per autenticità e legame con il territorio.

La regina della tavola è senza dubbio la sadza, una densa polenta preparata con farina di mais bianco. Ogni famiglia ha la propria ricetta e la propria consistenza ideale, ma il rito è sempre lo stesso: se ne stacca una piccola porzione con le dita, la si modella e la si utilizza per raccogliere il contorno. Accompagna praticamente ogni pasto, dalle verdure agli stufati di carne.

Accanto alla sadza compaiono spesso le rape, un misto di foglie verdi saltate in padella, gli spinaci africani, i fagioli, la zucca e le arachidi, ingredienti che riflettono una cucina profondamente stagionale. La carne occupa un posto importante. Manzo, capra e pollo sono i più diffusi, mentre nelle regioni attraversate dallo Zambesi non è raro trovare pesce fresco, soprattutto tilapia e kapenta, piccoli pesci essiccati originari del Lago Tanganica e oggi allevati anche nel lago Kariba.

Per chi ama sperimentare, vale la pena assaggiare i bruchi mopane, raccolti durante la stagione delle piogge, essiccati al sole e poi cucinati con pomodoro e cipolla. Ricchi di proteine, rappresentano una risorsa alimentare fondamentale per molte comunità rurali e stanno suscitando crescente interesse anche dal punto di vista nutrizionale. Il pasto si conclude spesso con frutta tropicale – mango, avocado, papaya, banane – oppure con una tazza di tè prodotto nelle Eastern Highlands, una delle eccellenze agricole dello Zimbabwe.

Dove dormire

Uno degli aspetti più piacevoli del viaggio è la varietà delle sistemazioni. Nei parchi nazionali dominano i safari lodge, spesso costruiti con materiali naturali e progettati per integrarsi nel paesaggio. Molti si affacciano su pozze d’acqua frequentate da elefanti, antilopi e bufali, permettendo di osservare la fauna direttamente dalla veranda della propria camera. Chi cerca un’esperienza ancora più immersiva può scegliere i campi tendati permanenti, dove il comfort si unisce all’emozione di addormentarsi ascoltando il ruggito lontano dei leoni o il richiamo delle iene. Nelle Eastern Highlands e nelle campagne intorno a Nyanga sopravvivono invece eleganti farm lodge ricavati da antiche residenze coloniali, circondati da giardini fioriti e piantagioni di tè. Sono luoghi ideali per rallentare il ritmo del viaggio. Nelle città, infine, non mancano hotel internazionali, boutique hotel e guesthouse familiari, spesso gestite direttamente da famiglie zimbabwesi che trasformano il soggiorno in un’occasione di incontro e scambio culturale.

Turismo responsabile (viaggiare lasciando un’impronta leggera)

Negli ultimi anni lo Zimbabwe ha investito molto nel turismo naturalistico e comunitario, puntando su un modello che valorizzi il patrimonio ambientale senza comprometterlo. Molti lodge collaborano con i villaggi circostanti, assumono personale locale e sostengono scuole, dispensari o progetti di conservazione. Scegliere queste strutture significa contribuire direttamente all’economia delle comunità.  Durante i safari è fondamentale rispettare poche semplici regole: mantenere il silenzio durante gli avvistamenti, non chiedere alle guide di avvicinarsi eccessivamente agli animali, evitare di uscire dai tracciati e non abbandonare rifiuti. Anche gli acquisti possono fare la differenza. Preferire cooperative artigianali, mercati locali e atelier di artisti permette di sostenere un’economia creativa che rappresenta una delle risorse più interessanti del Paese.

Informazioni pratiche

Documenti

Per entrare nello Zimbabwe è necessario il passaporto con validità residua di almeno sei mesi. Il visto turistico è ottenibile nella maggior parte dei casi all’arrivo negli aeroporti internazionali e ai principali valichi di frontiera.

Moneta

L’economia dello Zimbabwe ha attraversato anni di profonda instabilità monetaria. Oggi convivono diverse valute e il dollaro statunitense rimane il mezzo di pagamento più utilizzato nel settore turistico. È consigliabile portare banconote di piccolo taglio e verificare sempre in anticipo le modalità di pagamento accettate da hotel e lodge.

Sicurezza

Lo Zimbabwe è generalmente considerato uno dei Paesi più tranquilli dell’Africa australe per chi viaggia a scopo turistico. Nelle grandi città valgono le normali precauzioni contro piccoli furti e borseggi, mentre nei parchi nazionali è fondamentale attenersi alle indicazioni delle guide. Il rischio maggiore non è rappresentato dalla criminalità, ma dalla fauna selvatica. Elefanti, ippopotami e bufali possono essere estremamente pericolosi se avvicinati senza esperienza.

Salute

È opportuno consultare un centro di medicina dei viaggi prima della partenza per valutare eventuali vaccinazioni e la profilassi antimalarica, raccomandata in molte aree del Paese, soprattutto durante la stagione delle piogge. Conviene inoltre portare repellente per insetti, crema solare, cappello e una buona scorta di farmaci personali.

Fotografare

La luce dell’Africa australe è tra le più belle del mondo. Le ore immediatamente successive all’alba e quelle che precedono il tramonto regalano tonalità calde e morbide, ideali per la fotografia naturalistica. Un teleobiettivo tra i 300 e i 600 millimetri è indispensabile durante i safari, mentre un grandangolo permette di valorizzare l’imponenza delle Cascate Vittoria e i paesaggi delle Matobo Hills. Più dell’attrezzatura, però, conta la pazienza. In Africa le immagini migliori arrivano quasi sempre aspettando.

Con chi partire

Lo Zimbabwe è una destinazione da vivere con lentezza, curiosità e il supporto di chi ne conosce a fondo il territorio. Per organizzare questo itinerario o costruire un viaggio personalizzato, contatta African Explorer: il tour operator saprà accompagnarti alla scoperta di un’Africa autentica, tra grandi parchi, siti UNESCO, incontri con le comunità locali e paesaggi indimenticabili.

Per vivere l’itinerario che abbiamo descritto o costruire un viaggio su misura, affidati all’esperienza e alla professionalità di African Explorer che da oltre 40 anni opera in questa splendida regione del continente: i suoi consulenti sapranno progettare un percorso personalizzato, adattandolo ai tuoi interessi, ai tempi di viaggio e al budget, per farti scoprire il volto più autentico di uno dei Paesi più affascinanti dell’Africa australe.

Dieci esperienze da non perdere

  1. Ammirare le Cascate Vittoria all’alba, quando i primi raggi del sole accendono gli arcobaleni sospesi sopra la gola dello Zambesi.
  2. Trascorrere un’intera giornata in safari a Hwange osservando le grandi mandrie di elefanti.
  3. Seguire a piedi un rinoceronte nelle Matobo Hills accompagnati da un ranger.
  4. Esplorare le rovine del Great Zimbabwe con una guida locale.
  5. Salire sul Monte Nyangani, il tetto dello Zimbabwe.
  6. Sorseggiare un tè nelle piantagioni di Bvumba.
  7. Passeggiare tra le bancarelle del mercato di Mbare, ad Harare.
  8. Dormire in un safari lodge affacciato su una pozza d’acqua.
  9. Navigare al tramonto sul lago Kariba.
  10. Fermarsi a parlare con gli zimbabwesi, il ricordo più prezioso che porterete a casa.

Il viaggio continua

Molti Paesi africani colpiscono per un singolo elemento: il safari, le spiagge, un grande fiume, una montagna iconica. Lo Zimbabwe, invece, sorprende per la sua straordinaria completezza. In appena due settimane si passa dal fragore delle Cascate Vittoria al silenzio delle foreste montane; dalle pianure percorse dagli elefanti ai misteri del Great Zimbabwe; dai villaggi rurali ai laboratori di giovani artisti che immaginano il futuro del Paese.

Eppure, ciò che rimane davvero impresso non è soltanto la bellezza dei paesaggi. È la compostezza di un popolo che ha attraversato decenni difficili senza perdere il sorriso, la gentilezza con cui si viene accolti nei mercati e nei villaggi, la professionalità delle guide naturalistiche, l’orgoglio con cui gli zimbabwesi raccontano la propria storia.

Per troppo tempo lo Zimbabwe è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso le sue crisi politiche ed economiche. Oggi merita di essere riscoperto per ciò che è realmente: una delle destinazioni più affascinanti, autentiche e complete dell’intero continente africano. Chi arriva attratto dalle Cascate Vittoria riparte con molto di più. Riparte con la consapevolezza che, nel cuore dell’Africa australe, esiste un Paese capace di sorprendere a ogni curva della strada e di ricordare al viaggiatore il significato più autentico del viaggio: lasciarsi cambiare dall’incontro con luoghi e persone.

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