NEWS:

13/11/2020: Il Botswana accoglie nuovamente i turisti e le possibilità di Safari sono infinite
|
08/06/2020: Riapre l'hotel delle giraffe in Kenya!
|
06/06/2020: Riapre l'hotel del safari in Tanzania
|
15/05/2020: Nuove destinazioni africane disponibili per il 2021
|
12/05/2020: Aggiornamenti sui voli internazionali verso l'Africa
|
13/11/2020: Il Botswana accoglie nuovamente i turisti e le possibilità di Safari sono infinite
|
08/06/2020: Riapre l'hotel delle giraffe in Kenya!
|
06/06/2020: Riapre l'hotel del safari in Tanzania
Il deserto del Namib e la Skeleton Coast

di Fabrizia Cataneo

Una debole lucina, come una lanterna nella notte, brilla sul legno di una cabina asimmetrica ed inclinata, che richiama un naviglio, spezzato dalla violenza del mare in tempesta, e depositato dalla sua furia nel deserto.
Il progetto di questa struttura architettonica è di una donna namibiana Nina Maritz che ha detto di aver voluto che la sua opera fosse “influenzata solo dall’ambiente”.
La osservo e mi guardo in giro con i piedi affondati nella sabbia, il cielo nascosto da vapori di umidità, mentre una luna offuscata getta una luce lattiginosa e spettrale sulle dune e sul mare all’orizzonte.
Il silenzio è quasi una presenza, il freddo si fa pungente e il respiro rallenta, trattenuto dalla magia del momento.
Mi sento sopraffatta dal senso di solitudine e di grandiosità del paesaggio.

Sono tornata dopo decenni nella Skeleton Coast, un deserto di dune mobili, che si stende per cinquecento chilometri e si schianta nelle onde di uno dei mari più ostili della terra.
Di notte viene spontaneo immaginare che gli abitanti di questa landa siano solo i fantasmi dei marinai e dei vascelli naufragati lungo le coste.

Smetto di sognare a occhi aperti ed entro nella mia casetta temporanea, accolta dal tepore di un fuoco allegro, acceso in un camino-stufa.
Sul comodino ci sono tre libri dedicati ai più famosi naufragi e alla storia della Skeleton Coast. Me ne piace subito uno e mi rivolgo a Claude, mio marito “questo lo compriamo”.
Scoppia a ridere e mi risponde “non avevo dubbi che saresti riuscita ad acquistare libri anche nel deserto”.
Si sbaglia perché Emma, la manager del lodge, me lo regalerà come souvenir del nostro soggiorno.
Da sotto il piumino in cui mi avvolgo, guardo il fuoco lentamente morire e nel buio un senso di pace mi invade. Dico a Claude “Che posto incantato! Sono felice di essere qui!”. La sua risposta si perde nel dormiveglia, che anticipa una notte di sonno profondo.

Non mi ricordo dove ho letto che in Namibia le mattinate invernali si sciolgono in pomeriggi estivi.
Il mio alzarmi all’alba è davvero invernale, anche la luce è cupa e stende un impalpabile velo grigio perla.
Le finestre panoramiche della nostra stanza si aprono sul mare all’orizzonte mentre sulle dune qualche arbusto basso, aggrappato alla sabbia, ospita corvi bianchi e neri (i pied crow africani), il cui grido fende l’aria quando si alzano in volo o litigano fra loro.

Sono pronta per l’ambiente selvaggio, che fremo di esplorare, ma prima mi aspetta la colazione. Il sorriso e qualche risata contagiosa di Emma la riscalda. E’ allegra e spiritosa la donna, sta allo scherzo ed è un invito a nozze per mio marito, che da subito la prende in giro, ricambiato dalle sue battute. Sotto quella comunicativa comunque c’è molta professionalità e attenzione, perché tutto funziona come un orologio in questo ambiente così remoto e inospitale.
Con Hermann, la guida, e Jeremy, il ranger, ci sistemiamo sul nostro mezzo e iniziamo la giornata.
L’oceano e il deserto esercitano lo stesso fascino su di me e qui posso percepire la voce di entrambi.
Dune a mezzaluna, dune trasversali!
Prevale l’oro della sabbia, ma non mancano striature rosso ruggine, mentre altre sono ricoperte da una coltre nera. I minerali, presenti nel terreno, hanno un diverso peso specifico. Il ferro, la manganite e altre miscele si raggruppano al contatto con il vento, l’artefice di queste creste che si estendono a perdita d’occhio.

Un senso di mutevolezza e nello stesso tempo di ripetitività infinita dà le vertigini.
Ritrovarsi senza punti di riferimento!
Nelle orecchie un fruscio costante. Un brivido di sabbia sulla pelle.
Scendo dal mezzo e affondo in un instabile superficie in cui le mie orme si imprimono, ma in pochissimo tempo spariranno. Nessun segno del mio essere qui durerà.
Jeremy, che per fortuna si orienta senza problemi, ci riconduce all’oceano.

Sulla battigia le onde si infrangono senza sosta, lasciando, ogni volta che si ritirano, detriti di legno, conchiglie e alghe.
Ma cosa sono questi ammassi bianchi, che sembrano bolle di sapone, spinte dal vento, che le solleva e le fa correre, mentre il sole le fa scintillare di microscopici bagliori?
Mi viene in aiuto Hermann “è un composto di alghe, plancton e microrganismi marini, che le onde agitano, gonfiandole di aria”.

Le alghe kelp invece ondeggiano nell’acqua, nere braccia che nuotano nel sole.
Prendono vita in movimenti lenti.
Resistono all’assalto del moto ondoso, spariscono per un momento per poi ricomparire nel riflusso, inamovibili, vitali, scuri festoni, che si aggrovigliano e si sciolgono senza sosta.
L’odore di salmastro colpisce il mio olfatto. Respiro assecondando il ritmo della risacca.
Mi chino a osservare conchiglie colorate e sassolini perfettamente levigati, ma vengo distratta dai cormorani che si asciugano sulla riva, prima di riprendere il loro volo e rituffarsi a caccia di cibo.

Non sono soli perché i gabbiani sono una presenza costante. Uno ha trovato qualcosa sulla spiaggia, scava concentrato ed eccolo con un granchio nel becco. Si pavoneggia della sua conquista prima di ingoiarlo. Gliene sono grata perché posso scattare foto a piacimento.
Le onde grigio-verdi si trasformano in creste bianche, che il vento agita in banchi di spruzzi. Una immagine di vita intensa, che nasconde un aspetto inquietante e ostile.
C’è una foca spiaggiata e morta sulla sabbia. Corvi e gabbiani non ne lasceranno traccia nel giro di poche ore.
E’ Jeremy a spiegarmi che, probabilmente, è morta di malnutrizione oppure debilitata dalla stanchezza del suo viaggio in mare. Non si tratta di un attacco di predatori, ma della durezza dell’ambiente.
Nel mio vagabondaggio trovo tra la sabbia una vertebra gigante e bianchissima di balena. Pare una opera d’arte, invece in un’epoca passata è stata parte vitale di un cetaceo.
La mano dell’uomo poi ha lasciato, anche in questa landa, lontana e impenetrabile un segno.
Il relitto arrugginito e corroso dalla salsedine e dalle intemperie di un buldozer ad esempio. Venivano utilizzati nelle miniere di diamanti. Una volta chiuse sono stati abbandonati sul posto, perché i costi di trasporto erano troppo onerosi.

Ne troveremo altri, come un impianto di trivellazione, eroso dalla salsedine e irrimediabilmente deteriorato, abbandonato sulla sabbia.
Spettri inutilizzabili oramai, che ci parlano di un’epoca in cui, per gran parte del ‘900, la vita in miniera era durissima per le migliaia di lavoratori e le vittime erano frequenti.
Ma la Skeleton Coast è tristemente famosa per i naufragi, da cui il suo nome.
È la corrente di Benguela che porta acque fredde lungo la costa della Namibia e, al contatto con l’aria secca e calda del deserto, genera la nebbia.

L’Atlantico spazzato dal vento diventa molto frequentemente tempestoso e il mix è stato letale troppo spesso, anche perché la costa non offre porti naturali.
Se una nave veniva sospinta verso riva, la pressione delle onde in movimento e la violenza della risacca le impedivano di riprendere il largo. La nebbia avvolgeva il naviglio, togliendo ogni punto di riferimento, e affossava ogni possibilità di salvezza.
Oltre a rottami di legno sulla spiaggia, vedremo anche veri e propri vascelli fatiscenti, che si ergono arenati sui bassi fondali quasi a riva. Le onde sul relitto della Zeila, ad esempio, si infrangono di continuo, dando l’illusione che il naviglio si muova, ma l’unico segno di vita sono le colonie di cormorani, che lo hanno eletto a propria abitazione.

Si dice che su questa costa si siano verificati più di 1000 naufragi in oltre cinque secoli, ma gli studiosi, più prudenti, ritengono che siano qualche centinaia le imbarcazioni perdute con il loro carico di esseri umani.
Per contro se sicuramente la nebbia è stata un fattore disorientante e all’origine di molte tragedie, è altrettanto vero che costituisce una fonte di vita e sopravvivenza per animali e piante, che qui si sono adattate a vivere in condizioni estreme.
Scaccio le immagini di morte e desolazione per tornare alla vita di una natura che si ingegna a trarre il meglio anche dagli ambienti più inospitali.

In riva all’oceano, con alle spalle il deserto, ci fermiamo per pranzo. Un picnic molto curato, ma non mi ricordo cosa abbiamo mangiato. Invece rivivo nella mente l’atmosfera rilassata, seduta con Claude, Hermann e Jeremy a parlare del più e del meno, ma soprattutto ad ascoltare i racconti delle loro esperienze in questo paradiso e nello stesso tempo inferno, che amano.
In qualche momento mi distraggo per ascoltare solo la voce del mare, sentire il tepore del sole, che ha oramai cancellato la coltre di nebbia mattutina.
Il vento neutralizza il caldo ed è una sensazione deliziosa questo dolce far niente perdendosi nel volo di un gabbiano o nell’azzurro dell’orizzonte.
Prima di por termine alla giornata mi manca ancora una esperienza inattesa.

Avevo ripetutamente sentito al lodge un verso che non riuscivo a identificare. Una specie di abbaio breve, ripetuto e ritmato. Non capivo cosa fosse. Era sicuramente un animale ma non un uccello. “Si chiama barking gecko” (geco urlatore in Italiano) mi aveva detto Hermann e aveva aggiunto: “ha una testa che ricorda i dinosauri in piccolo e un verso che lo fa sembrare molto più grande di quello che è”.
Mi ero riproposta di cercarne una immagine appena avessi avuto la connessione alla rete.
Invece rientrando al lodge, Jeremy inchioda il fuoristrada. Apre la portiera, scende e solleva un sasso su una piccola duna, a cui sono avvinghiati arbusti spinosi. Un movimento rapidissimo, uno sfrecciare talmente veloce, che intuisco più che vederlo.
Jeremy prontissimo lo blocca e senza una parola mette in un bicchiere un esserino minuscolo.
A occhio sarà di 6 cm e la testa sembra davvero un dinosauro in versione miniaturizzata. Lo guardo affascinata, così immobile adesso, paralizzato dal terrore, suppongo, e lo fotografo. Lo liberiamo subito dopo, non senza aver ringraziato e complimentato Jeremy per l’abilità nell’individuarlo e nel prenderlo.


Dopo cena la luna piena ha bucato la coltre di bruma, che avanza, e illumina il breve percorso verso la cabina nella sabbia già fredda. Anche qualche stella compare. Cerco e identifico la Croce del Sud e mi attardo alcuni minuti nel freddo e nel silenzio, di cui già sento la nostalgia.
Domani ci aspettano ancora ore nel deserto prima di tornare alla civiltà. Verremo scortati, come nel viaggio di arrivo, da un altro veicolo fino all’uscita del parco. Una misura di prudenza che non permette di viaggiare a un auto da sola. Qui il Gps non prende e una gomma bucata o qualsiasi altro intoppo potrebbero essere un serio problema. Per questo il secondo veicolo è un backup necessario.

Siamo diretti a Swakopmund ed è gioco forza lasciare il selvaggio, remoto e quasi incontaminato mondo in cui sono stata così felice in questi giorni. Il Namib ha ancora delle sorprese da rivelarmi, ma non sperimenterò più l’ebrezza della solitudine e dell’isolamento.
Swakopmund è una cittadina molto civile, ordinata, con influenze che richiamano l’architettura tedesca. Del resto la Namibia è stata una colonia dell’impero germanico (Africa Tedesca del Sud-Ovest) dal 1884 al 1915.
Addio lodge nel deserto, qui c’è un albergo, c’è perfino un semaforo, che non vedevo dal mio arrivo a Windhoek.
Il ristorante famoso per il pesce, in cui ci rechiamo, è alla moda e frequentato dai locali, da qualche turista, da uomini d’affari. Faccio fatica ad adattarmi al rumore delle voci, al servizio efficiente, ma impersonale, alla gente.

Mi attende ancora l’incontro con le montagne di sabbia, che si affacciano sull’oceano a Walvis Bay. Saranno un divertimento le corse sul fuoristrada, che si getta a capofitto dall’alto delle creste verso gli avvallamenti, con disappunto di mio marito, che non condivide il mio entusiasmo per l’adrenalinico percorso. Ci saranno le dune ruggenti, chiamate così perché emettono un rombo cupo quando ci cammini sopra.
Sulla riva dell’oceano vedrò la famosa colonia di centinaia di otarie orsine del capo.
Sotto un faro, che sembra un angelo protettore, si raccolgono per partorire e i piccoli sono ovunque. Sulla spiaggia ma si tuffano, giocano, si raggruppano e poi si disperdono anche in mare.
Molto vicino alla riva incrociano i delfini dal naso a bottiglia.

Ci si avvicina a bordo di un catamarano, ma i natanti, che portano i turisti, sono tanti e non si può pretendere taciturnità e quiete. Così la voce degli animali, con i loro richiami particolari, si perde tra le barche, che accostano, e l’eccitazione di turisti di tutte le età.
In ogni caso lo spettacolo è così affascinante, che mi concentro sui cormorani che sorvolano la distesa di otarie di tutte le dimensioni. Si affastellano una sull’altra, si gettano in mare, interagiscono tra loro. La riva pullula di intensa attività e al raduno si accodano gli immancabili gabbiani opportunisti, in cerca di un pasto.

Ormai quasi al tramonto, ritroverò, per qualche minuto, la voce del deserto e la pace profonda nelle salina e nel vicino lago, rosso per via dell’alta concentrazione di un alga.
Circondata da argini di sale, l’acqua, colorata di una intensa sfumatura vermiglia, pigramente lambisce i bordi. Qui non c’è nessuno, solo il soffio del vento, l’odore salmastro, il sussurro del lago.
E’ il rosso il colore dei miei ultimi giorni in Namibia. L’ultima tappa infatti è Sossusvlei, famosa per le dune di sabbia che si incendiano all’alba. Sono le più alte della terra e disegnano paesaggi a cui non si può restare indifferenti.
Hermann riesce a isolarci dal folto gruppo di turisti, attratti da questo spettacolo unico al mondo.

Non è ancora l’alba, la luce è pochissima e tendente al blu. L’auto si ferma in un ampio anfiteatro, dove in lontananza si disegnano le montagne in tutte le tonalità dell’azzurrino.
Le dune più vicine hanno assunto un colore mattone spento e appaiono ancora dormienti mentre l’alba nasce lenta.


Scendo dalla macchina riscaldata e, nel freddo intenso, mi incammino sul terreno stepposo verso la duna più famosa e fotografata.
L’aria è più che frizzante, il silenzio assordante, cammino e poi mi fermo, poi riprendo a camminare, ma resto immobile quando i primi raggi di sole danno fuoco alla parte sinistra della duna, che diventa di un rosso violento, mentre nella parte destra resiste e lotta l’oscurità.
Una lotta con un esito scontato, la luce anche stamattina avrà la meglio, ma non per questo meno intensa.
Il paesaggio oramai è dominato dall’arancio intenso delle creste, che si allarga a macchia d’olio sulle pareti sabbiose accarezzate dal sole, ricamando lunghe ombre.
Mi avvicino agli alberi morti, sculture, diverse una dall’altra.

I rami si ergono su tronchi scuri. A volte sembrano braccia tese verso il cielo, altre sono contorti, aggrovigliati, sempre immobili, spogli, quasi pietrificati.
Si stagliano sullo sfondo scarlatto della sabbia.
Mi sento l’unico essere vivente in uno scenario cristallizzato.
È una illusione, perché abbassando lo sguardo vedo delle orme di ungulati. Stanotte di qui sono passati Oryx e Springbok (antilopi saltanti) in cerca di quell’acqua tanto rara e preziosa.

Ritorno all’auto ed a Claude ed Hermann, che mi accolgono sorridenti e ugualmente affascinati dallo spettacolo a cui abbiamo assistito.
Il rosso continuerà ad accompagnarci oggi, declinato in toni meno accesi, di volta in volta più morbidi, più sfumati, più piatti nelle ore più calde.
Incontrerò altri alberi morti, ma anche qualche acacia dalla chioma fluente, che offre ombra agli animali e al terreno riarso.
Il Namib è stata un’esperienza intima e nello stesso tempo potente.
Nel deserto l’immensità dei panorami, la bellezza sovrannaturale degli ambienti selvaggi, sempre meno frequente nel mondo moderno, mi hanno spinto a voler vivere il viaggio quasi isolata, per interiorizzarlo e farlo mio, con i miei ritmi e la mia sensibilità.
Intenzionalmente ho escluso, dove possibile, la confusione, la presenza umana, la socialità.
E’ un privilegio rarissimo, che si aggiunge alla gratitudine per la fortuna di aver vissuto questa avventura.

Condividi l'articolo su:

SCEGLI IL SOCIAL

Articoli correlati