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Marocco in bicicletta: sei itinerari spettacolari

Dalle montagne innevate alle dune del Sahara, passando per città imperiali, kasbah millenarie e villaggi berberi. Sempre più cicloturisti italiani scelgono il Marocco: ecco sei percorsi spettacolari per scoprire il Paese pedalata dopo pedalata. Tra l’Atlante, il deserto e l’oceano.

 Ci sono Paesi che sembrano disegnati per essere attraversati lentamente. Il Marocco è uno di questi. Bastano pochi chilometri per passare dal rumore delle medine ai silenzi del deserto, dai boschi di cedri dell’Atlante alle scogliere battute dall’Atlantico. In bicicletta queste trasformazioni assumono un’intensità particolare: ogni salita cambia il paesaggio, ogni valle racconta una storia diversa.

Negli ultimi anni il Marocco è diventato una delle destinazioni più interessanti del Mediterraneo per il cicloturismo. La vicinanza all’Italia, i collegamenti aerei frequenti, il clima favorevole per gran parte dell’anno e una rete di strade secondarie panoramiche attirano sia gli appassionati di bici da strada sia gli amanti della gravel e della mountain bike.

Il Paese offre percorsi per ogni livello di preparazione. Gli sportivi possono affrontare i grandi passi dell’Alto Atlante, dove si superano facilmente i duemila metri di quota. Chi preferisce un viaggio rilassato può pedalare lungo la costa atlantica tra villaggi di pescatori e spiagge infinite oppure esplorare le campagne intorno alle città imperiali, patrimonio di storia e cultura.

A rendere speciale un viaggio in bicicletta è anche l’incontro con la popolazione. Nei villaggi berberi è facile essere invitati a bere un tè alla menta, mentre nelle oasi del Sud i bambini salutano i ciclisti con entusiasmo. L’ospitalità marocchina resta uno dei ricordi più belli di chi attraversa il Paese sulle due ruote.

Dal punto di vista climatico, i mesi ideali sono marzo-maggio e settembre-novembre. L’estate può essere proibitiva nel Sud, dove le temperature superano facilmente i 45 gradi, mentre in inverno le montagne dell’Atlante possono essere interessate da neve e ghiaccio.

Di seguito proponiamo sei itinerari che permettono di conoscere i volti più autentici del Marocco.

La Strada delle Kasbah

Ouarzazate – Skoura – Valle delle Rose – Boumalne Dades – Gole del Todra

Lunghezza: circa 230 km

Durata consigliata: 4-6 giorni

Difficoltà: media

Bicicletta ideale: gravel oppure bici da turismo

È probabilmente il percorso cicloturistico più famoso del Marocco. Si snoda lungo l’antica via carovaniera che collegava il Sahara alle città imperiali, attraversando una successione di kasbah, oasi e canyon spettacolari.

La partenza è da Ouarzazate, la “porta del deserto”. Prima di mettersi in sella vale la pena visitare la celebre Kasbah di Taourirt e gli studi cinematografici dove sono stati girati film come Il Gladiatore, Lawrence d’Arabia e numerose produzioni internazionali.

Lasciata la città, la strada entra nella grande oasi di Skoura, uno straordinario palmeto che ospita migliaia di datteri e una delle più belle fortezze del Marocco: la Kasbah di Amridil. Qui il paesaggio cambia improvvisamente. Il verde delle palme lascia spazio alle montagne color ocra dell’Atlante.

La pedalata prosegue verso la Valle delle Rose, che tra aprile e maggio esplode di profumi e colori grazie alla fioritura delle rose damascene. I piccoli villaggi producono ancora oggi acqua di rose, profumi e cosmetici secondo metodi tradizionali.

Superata Boumalne Dades inizia uno dei tratti più spettacolari dell’intero viaggio. La strada sale con una serie di tornanti perfettamente disegnati nella roccia, regalando viste mozzafiato sulla Valle del Dades. Le pareti rosse si innalzano per centinaia di metri mentre il fiume scorre in fondo alla gola.

L’ultima tappa conduce alle Gole del Todra, un canyon profondo oltre 300 metri, dove le pareti verticali attirano scalatori provenienti da tutto il mondo.

Da non perdere

  • le kasbah in terra cruda;
  • le oasi di palme;
  • la raccolta delle rose;
  • i tornanti panoramici del Dades;
  • le Gole del Todra.

Consigli pratici

La strada è asfaltata e generalmente in buone condizioni. Occorre però fare attenzione ai pullman turistici e ai camion nelle ore centrali della giornata. Conviene partire presto al mattino e portare sempre almeno tre litri d’acqua.

Lungo il percorso si trovano numerose guest house familiari dove è possibile custodire la bicicletta in sicurezza. La cucina locale propone tajine di agnello, couscous e datteri freschi.

Dall’Alto Atlante al Sahara

Midelt – Errachidia – Erfoud – Merzouga

Lunghezza: circa 270 km

Durata: 5-7 giorni

Difficoltà: medio-alta

Dislivello: oltre 2.000 metri complessivi

Questo è il viaggio dei grandi spazi. In pochi giorni si passa dai boschi di cedri alle dune dell’Erg Chebbi, una delle immagini simbolo del Sahara marocchino.

La partenza è da Midelt, cittadina di montagna posta tra il Medio e l’Alto Atlante. Qui il clima è sorprendentemente fresco e i pendii sono coperti da foreste di cedri e frutteti.

La prima parte del percorso attraversa vallate dove pascolano greggi e si incontrano piccoli villaggi berberi costruiti in pietra. La strada, poco trafficata, regala lunghe discese verso la valle dello Ziz.

L’oasi dello Ziz rappresenta uno degli spettacoli naturali più sorprendenti del Marocco. Migliaia di palme seguono il corso del fiume formando un’immensa striscia verde nel cuore del deserto. I punti panoramici permettono di osservare uno dei palmeti più estesi del Nord Africa.

Errachidia costituisce la principale città della regione ed è un buon luogo dove fare rifornimento prima di affrontare il tratto desertico.

La pedalata verso Erfoud cambia completamente scenario. Il paesaggio diventa sempre più minerale. Le montagne lasciano il posto agli hammada, i deserti pietrosi, mentre il vento inizia a modellare le prime dune.

Infine appare Merzouga. Le dune dell’Erg Chebbi, alte fino a 150 metri, cambiano colore durante tutta la giornata: arancioni all’alba, dorate a mezzogiorno e rosso intenso al tramonto.

Qui il viaggio può concludersi con un’escursione in mountain bike tra le dune oppure con una notte in un campo tendato gestito dalle famiglie berbere.

Esperienze da vivere

  • alba sulle dune;
  • cena tradizionale sotto le stelle;
  • musica gnawa nei villaggi del deserto;
  • visita ai mercati di Erfoud;
  • osservazione del cielo, tra i più limpidi del Nord Africa.

Consigli pratici

Il vento può essere il principale avversario del ciclista. Conviene pianificare le tappe controllando le previsioni e partire molto presto. Tra Erfoud e Merzouga i punti di ristoro sono limitati: è indispensabile trasportare abbondante acqua e alimenti energetici.

Nei mesi estivi questo itinerario è sconsigliato per il caldo estremo. Il periodo ideale va da ottobre ad aprile.

La costa atlantica

Da Essaouira ad Agadir tra spiagge, surf e villaggi di pescatori

Lunghezza: 180-220 km (a seconda delle varianti)

Durata consigliata: 4-5 giorni

Difficoltà: facile-media

Bicicletta ideale: gravel, bici da viaggio o bici da strada

Per chi desidera alternare la pedalata ai bagni nell’oceano, questo è probabilmente l’itinerario più piacevole del Marocco. Il percorso segue la costa atlantica attraversando piccoli villaggi di pescatori, spiagge quasi deserte, scogliere battute dal vento e una successione di paesaggi che ricordano, a tratti, le coste del Portogallo.

La partenza è dalla splendida Essaouira, antica Mogador, città fortificata affacciata sull’Atlantico. Il suo porto, con le caratteristiche barche blu, è uno dei più fotogenici del Paese. Le mura costruite nel XVIII secolo, i bastioni, la medina patrimonio UNESCO e le botteghe degli artigiani meritano almeno una giornata di visita.

Lasciata la città, la strada costiera regala un continuo alternarsi di spiagge sabbiose e promontori rocciosi. Nei mesi primaverili il vento soffia spesso da nord e può trasformarsi in un prezioso alleato per chi pedala verso sud.

Una delle prime soste consigliate è Sidi Kaouki, piccolo villaggio diventato celebre tra surfisti e kitesurfer. L’atmosfera è rilassata, con caffè affacciati sull’oceano e lunghe spiagge percorse da cammelli e cavalieri.

Proseguendo verso sud si attraversano aree agricole ricoperte da alberi di argan, specie endemica del Marocco sud-occidentale. Non è raro osservare le famose capre che si arrampicano sui rami alla ricerca dei frutti.

Il viaggio termina ad Agadir, moderna città ricostruita dopo il terremoto del 1960. Pur diversa dalle città imperiali, offre un lungomare animato, una spiaggia lunga oltre dieci chilometri e numerose strutture alberghiere ideali per concludere il viaggio con qualche giorno di relax.

Cosa vedere

  • la medina di Essaouira;
  • il porto dei pescatori;
  • le cooperative dell’olio di argan;
  • le spiagge di Sidi Kaouki;
  • il promontorio di Cap Rhir;
  • il lungomare di Agadir.

Gastronomia

Lungo questo itinerario domina il pesce fresco. Sardine, calamari, orate e crostacei vengono cucinati direttamente nei piccoli ristoranti del porto. Da non perdere il tajine di pesce e le ostriche della laguna di Oualidia, per chi prolunga il viaggio verso nord.

Consigli pratici

È uno dei percorsi più adatti anche ai cicloturisti meno esperti. Le strutture ricettive sono numerose e l’approvvigionamento di acqua e viveri non rappresenta un problema. Il vento, tuttavia, può essere intenso: conviene pianificare il viaggio da nord verso sud.

Il grande Atlante

Marrakech – Tizi n’Tichka – Telouet – Aït Ben Haddou – Ouarzazate

Lunghezza: circa 260 km

Durata: 5-6 giorni

Difficoltà: elevata

Dislivello: oltre 4.000 metri

Questo è l’itinerario simbolo del ciclismo marocchino. Una vera sfida alpina nel cuore del Nord Africa.

La partenza avviene dalla frenetica Marrakech. Dopo aver attraversato la celebre piazza Jemaa el-Fna e gli stretti vicoli della medina, la strada inizia immediatamente a salire verso l’Alto Atlante.

La salita al Tizi n’Tichka, il passo stradale più alto del Marocco, supera i 2.260 metri. I primi chilometri attraversano oliveti e piccoli villaggi. Poi il panorama cambia rapidamente: le montagne diventano sempre più aride e spettacolari.

La strada, perfettamente asfaltata, è un susseguirsi di curve e tornanti che ricordano i grandi passi alpini. Ogni chilometro regala nuovi punti panoramici sulle vallate sottostanti.

Dal valico è possibile deviare verso Telouet, antico feudo della potente famiglia Glaoui. La kasbah, oggi parzialmente restaurata, conserva splendidi soffitti decorati e sale rivestite di mosaici.

Da qui una strada secondaria conduce ad Aït Ben Haddou, probabilmente il villaggio fortificato più famoso del Marocco. Le sue costruzioni in terra cruda sono state utilizzate come set cinematografico per decine di film e serie televisive.

L’arrivo a Ouarzazate conclude uno dei viaggi più spettacolari dell’intero Paese.

Perché vale il viaggio

Pochi itinerari al mondo permettono di passare in pochi giorni dalle palme di Marrakech alle montagne dell’Atlante e infine ai paesaggi desertici del Sud.

Consigli

Questa è una tappa per ciclisti allenati. Le salite sono lunghe ma regolari. È importante partire presto, poiché il traffico aumenta durante la giornata. In inverno il passo può essere temporaneamente chiuso per neve.

Le città imperiali e la storia del Marocco

Fès – Meknès – Moulay Idriss – Volubilis

Lunghezza: 120-160 km

Durata: 3-4 giorni

Difficoltà: facile

Chi preferisce un viaggio culturale troverà in questo itinerario uno dei più affascinanti del Paese.

La partenza è da Fès, considerata la capitale spirituale del Marocco. La sua medina è un autentico labirinto di oltre novemila vicoli dove ancora oggi si lavora il cuoio, il rame e la ceramica secondo tecniche medievali.

Lasciata la città, la strada attraversa dolci colline coltivate a ulivi, cereali e vigneti. Il traffico diminuisce rapidamente e la pedalata diventa rilassante.

Si raggiunge quindi Meknès, una delle quattro città imperiali marocchine. Le imponenti porte monumentali, i granai reali e le antiche mura raccontano l’ambizione del sultano Moulay Ismail, che voleva trasformarla nella Versailles del Maghreb.

Pochi chilometri più avanti appare Moulay Idriss, città santa costruita sulle colline e meta di pellegrinaggio.

Infine si arriva a Volubilis, il più importante sito archeologico romano del Marocco. Colonne, mosaici e archi monumentali testimoniano la ricchezza dell’antica capitale della provincia romana della Mauretania Tingitana.

Da non perdere

  • le concerie di Fès;
  • Bab Mansour a Meknès;
  • il panorama da Moulay Idriss;
  • i mosaici romani di Volubilis.

Per chi è adatto

È l’itinerario ideale per famiglie, coppie e cicloturisti che desiderano alternare la visita dei monumenti a brevi pedalate.

Chefchaouen e il Rif

Tra la città blu e il Parco Nazionale di Talassemtane

Lunghezza: 80-150 km

Durata: 3 giorni

Difficoltà: media

Il nord del Marocco è spesso trascurato dai grandi circuiti turistici, ma offre alcuni degli scenari più suggestivi del Paese.

La protagonista assoluta è Chefchaouen, la celebre “città blu”. Le case dipinte con infinite sfumature di azzurro, i vicoli acciottolati e le piazze ombreggiate la rendono una delle mete più fotografate del Marocco.

Da qui iniziano splendide escursioni in bicicletta verso il Parco nazionale di Talassemtane, dominato dalle montagne del Rif.

Il percorso attraversa foreste di cedri, querce e pini, costeggia torrenti e raggiunge piccoli villaggi dove il tempo sembra essersi fermato.

Gli appassionati di mountain bike possono affrontare sterrati panoramici, mentre chi utilizza una gravel troverà numerose strade bianche perfettamente pedalabili.

Una delle escursioni più belle conduce alle Cascate di Akchour, dove è possibile lasciare la bici e proseguire a piedi lungo i sentieri che attraversano gole e ponti naturali.

Perché scegliere questo itinerario

È uno dei percorsi più freschi durante l’estate marocchina e permette di conoscere un volto completamente diverso del Paese rispetto al Sahara.

Consigli pratici

Attraversare il Marocco in bicicletta significa entrare in contatto con il ritmo autentico del Paese. Le distanze si misurano con il tempo della pedalata, non con quello dell’automobile. Si attraversano oasi dove il silenzio è rotto solo dal fruscio delle palme, si scalano passi montani dai quali lo sguardo spazia fino al deserto, si condividono tazze di tè con famiglie berbere e si arriva ogni sera in una nuova medina, tra il profumo delle spezie e il richiamo del muezzin.

È un viaggio che richiede un po’ di allenamento e spirito di adattamento, ma ripaga con una straordinaria varietà di paesaggi e incontri. Dalle montagne dell’Atlante alle dune dell’Erg Chebbi, dalle onde dell’Atlantico ai vicoli blu di Chefchaouen, il Marocco si rivela una delle destinazioni cicloturistiche più complete e sorprendenti del bacino del Mediterraneo, ancora capace di regalare la sensazione, sempre più rara, della scoperta. Ecco, di seguito, alcuni suggerimenti per esplorare il Marocco lentamente.

 Quando partire

I periodi migliori sono:

  • marzo-maggio;
  • settembre-novembre.

In estate è preferibile evitare il Sud desertico.

Quale bicicletta scegliere

  • bici da strada per Atlante e costa;
  • gravel per quasi tutti gli itinerari;
  • mountain bike per piste desertiche e Rif.

Trasporto della bici

Le principali compagnie che collegano l’Italia al Marocco consentono il trasporto della bicicletta in stiva, generalmente smontando ruota anteriore e pedali e utilizzando una sacca protettiva. Conviene prenotare il servizio con largo anticipo. In alternativa, nelle principali città degli itinerari descritti ci sono negozi che noleggiano le biciclette.

Acqua

Nel Sud è consigliabile partire ogni mattina con almeno tre-quattro litri d’acqua.

Sicurezza

Il Marocco è generalmente una destinazione sicura per il cicloturismo. Gli automobilisti sono ormai abituati alla presenza dei ciclisti, soprattutto nelle zone più frequentate dagli appassionati stranieri. Rimane fondamentale utilizzare luci, casco e abbigliamento ad alta visibilità.

Budget

Indicativamente:

  • pensioni e riad: 30-70 euro;
  • hotel di buon livello: 70-130 euro;
  • pasti: 8-20 euro;
  • tè alla menta: meno di 2 euro.

Con circa 70-100 euro al giorno è possibile organizzare un viaggio molto confortevole.

 

Marathon des Sables, il fascino di una corsa infernale (a piedi)

Caldo, sete, fame, sudore. E poi la fatica, quella che si insinua nelle gambe e nella mente fino a trasformare ogni passo in una conquista. La Marathon des Sables è tutto questo, e molto di più. Non è soltanto una gara podistica: è una prova di sopravvivenza, un viaggio ai confini della resistenza umana, dove preparazione atletica, strategia e forza mentale contano almeno quanto il talento.

Tra le tante competizioni di endurance che oggi si disputano in Africa, nessuna conserva il fascino quasi mitico della The Legendary, come la chiamano gli appassionati. Sei tappe, circa 250 chilometri da percorrere nel Sahara marocchino, in completa autosufficienza alimentare, con lo zaino sulle spalle e temperature che superano regolarmente i quaranta gradi.

Ogni primavera centinaia di runner arrivano da ogni continente per sfidare il deserto. Nell’ultima edizione si sono presentati al via oltre novecento concorrenti provenienti da una quarantina di Paesi. Non tutti hanno visto il traguardo: molti si sono arresi alle tempeste di sabbia, altri alle vesciche, alla disidratazione o all’esaurimento fisico. Il Sahara, del resto, non concede sconti.

In oltre quarant’anni di storia la corsa ha registrato anche alcuni incidenti mortali. L’ultimo risale al 2021, quando un concorrente francese di cinquant’anni fu colpito da un arresto cardiaco durante la gara. Episodi rari, ma sufficienti a ricordare quanto sottile sia il confine tra l’impresa sportiva e il rischio estremo.

Che cosa spinge, allora, centinaia di persone a mettersi volontariamente alla prova in uno degli ambienti più ostili del pianeta?

L’intuizione di Patrick Bauer

La storia della Marathon des Sables nasce da un’avventura personale.

Nel 1984 il giovane francese Patrick Bauer, allora ventottenne, decide di attraversare da solo un tratto di Sahara lungo circa 350 chilometri. Nessun mezzo di appoggio, nessun compagno di viaggio. Solo un pesante zaino da circa trentacinque chilogrammi contenente viveri, acqua e l’indispensabile per sopravvivere.

Per quasi due settimane cammina tra dune e altopiani pietrosi senza incontrare villaggi, oasi o pozzi. Un’esperienza estrema che cambia radicalmente la sua vita. Due anni dopo trasforma quella follia in un evento sportivo. Nel 1986 prende così il via la prima edizione della Marathon des Sables. I partecipanti sono appena ventitré, tra cui due donne. Nessuno immagina che quella piccola spedizione diventerà una delle gare di ultramaratona più famose del mondo.

A vincere la prima edizione sono il francese Michel Galliez tra gli uomini e Christiane Plumere tra le donne. Da allora la corsa è cresciuta senza perdere il suo spirito originario: mettere l’uomo di fronte al deserto, con tutto ciò che questo comporta.

Una settimana in autosufficienza

La Marathon des Sables si disputa nel sud del Marocco, ma il percorso cambia ogni anno per adattarsi alle condizioni del deserto.

Una caratteristica la rende unica: l’autosufficienza alimentare. Ogni concorrente deve trasportare nello zaino tutto il necessario per una settimana di gara: cibo, sacco a pelo, fornello, medicinali, materiale obbligatorio e attrezzatura tecnica. L’organizzazione fornisce esclusivamente l’acqua e le tende berbere dove gli atleti trascorrono la notte.

Lo zaino pesa mediamente tra i sette e i dieci chilogrammi. Ogni grammo diventa importante dopo decine di chilometri sotto il sole.  Il percorso attraversa ogni possibile ambiente sahariano: immense dune, letti di fiumi prosciugati, altopiani rocciosi, canyon, palmeti e montagne di origine vulcanica. È proprio questa continua alternanza di terreni a rendere la corsa tanto affascinante quanto imprevedibile.

Alla Marathon des Sables la gara comincia mesi prima di arrivare in Marocco. Preparare lo zaino è quasi un esercizio di ingegneria. Bisogna trovare il miglior equilibrio possibile tra peso e calorie, eliminando tutto ciò che è superfluo ma senza rinunciare all’essenziale. Anche l’allenamento richiede una disciplina quasi ossessiva. La partecipazione comporta anche un investimento economico significativo. Iscrizione, viaggio, materiale tecnico e preparazione possono costare diverse migliaia di euro, motivo per cui molti atleti si affidano al sostegno di sponsor.

Dietro quella che appare come una sfida estrema si nasconde un’organizzazione imponente. Ogni anno vengono montate centinaia di tende tradizionali berbere per ospitare i concorrenti. Migliaia di litri d’acqua vengono distribuiti lungo il percorso, mentre medici, infermieri e soccorritori seguono costantemente la gara. Lo staff dispone di un ospedale da campo, ambulanze fuoristrada, elicotteri di evacuazione e sofisticati sistemi di localizzazione satellitare che consentono di monitorare ogni atleta.

Se esiste una storia che ha contribuito a trasformare la Marathon des Sables in leggenda è quella di Mario Prosperi. Nel 1994 il quarantottenne atleta romano — agente di polizia e pentatleta moderno — viene sorpreso durante la quarta tappa da una violentissima tempesta di sabbia. Nel giro di pochi minuti perde completamente l’orientamento. Continua a camminare convinto di seguire il percorso corretto, ma in realtà si sta inoltrando nel Sahara più profondo.

Quando gli organizzatori si accorgono della sua scomparsa scatta una gigantesca operazione di ricerca. Elicotteri e squadre di soccorso perlustrano il deserto senza risultato. Con il passare dei giorni cresce la convinzione che Prosperi non sia sopravvissuto. Alla famiglia viene perfino suggerito di avviare le pratiche per la dichiarazione di morte presunta. Invece, dieci giorni dopo la scomparsa, accade l’impensabile. Prosperi riappare vivo in un accampamento di nomadi al confine tra Marocco e Algeria, dopo aver percorso a piedi oltre 300 chilometri fuori rotta.

Per sopravvivere si era rifugiato in una tomba musulmana abbandonata, aveva bevuto la propria urina nei momenti più critici, catturato serpenti e lucertole per nutrirsi e mangiato erbe selvatiche. Aveva persino utilizzato il tricolore italiano come segnale di soccorso per gli aerei in ricognizione, senza però essere avvistato. Quando finalmente incontra alcuni nomadi pesa quindici chilogrammi in meno ed è gravemente disidratato, ma vivo.  «Avevo deciso che non sarei morto nel deserto», racconterà anni dopo.

La sua vicenda resta una delle più straordinarie storie di sopravvivenza dello sport moderno. Perché la Marathon des Sables non è soltanto una corsa. È un confronto con il deserto, dove ogni chilometro ricorda che, davanti alla natura, l’uomo rimane infinitamente piccolo.

 

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