Arrivai a Luxor con il primo volo del mattino dal Cairo. Partenza alle 5:00 arrivo prima delle 6:00. Uscita dall’aeroporto e salita in macchina, cominciai ad attraversare una città deserta per via dell’ora. Sulla destra il Nilo. Sulla sponda opposta del fiume all’orizzonte il deserto arrossato dalla luce dell’alba, che lentamente si espandeva sul paesaggio, facendo brillare l’acqua sonnolenta. Mentre la luce si intensificava, nel cielo galleggiavano le mongolfiere, che sorvolavano l’area archeologica. Sulla sinistra apparve il tempio di Luxor. Chiesi all’autista di fermarsi e scesi dalla macchina dicendo “datemi qualche minuto che mi avvicino al tempio e torno subito.” Mi fermai per prima cosa ad osservare il Nilo, scattai qualche foto di quel paesaggio da cui non riuscivo a staccare gli occhi. Poi attraversai la strada e mi avvicinai ai cancelli del tempio.
A quell’ora era chiuso. Sapevo che non mi sarebbe più capitato di essere completamente sola quasi davanti (c’erano i cancelli a non farmi arrivare di fronte) alle colossali stature di Ramses o di poter ammirare il lungo colonnato esterno.
Non era quello che sapevo di questo tempio e della sua storia ad affascinarmi, erano proprio le pietre bagnate dalla luce radente dell’alba, il silenzio, l’aria ancora abbastanza fresca.
Il sito archeologico prendeva vita creando un quadro di chiaroscuri, di pace e serenità.
Tra qualche ora la folla di visitatori avrebbe lasciato intatta la maestosità dell’architettura, la bellezza delle statue, i simboli nascosti in ogni colonnato, bassorilievo, scultura, ma si sarebbe perduta l’atmosfera raccolta e la magia del momento.

Era decisamente passato più di qualche minuto e dovetti tornare alla macchina, dove fui accolta dal sorriso di mio marito e dell’autista di fronte alla felicità ed emozione, che trasparivano dal mio volto e dalle mie parole. Non ero ancora entrata nel vivo del mio soggiorno a Luxor, ma ne ero già innamorata. In breve arrivammo alla dahabeya, che sarebbe stata la nostra casa nei successivi sei giorni, uno dei quali lo avremmo trascorso ancorati a Luxor e gli altri in navigazione sul Nilo fino ad Assuan.
La dahabeya è una nave a due alberi, dal fondo poco profondo, simile a una chiatta, con due vele triangolari. La Merit, su cui eravamo inbarcati, aveva otto cabine molto curate, un salottino interno, a poppa lo spazio all’aperto per i pasti e un ponte superiore, che divenne subito il mio luogo preferito. C’erano infatti una decina di lettini, quasi sempre vuoti, riparati da una tettoia in raffia a scacchi, che permetteva al sole di entrare, ma creava anche zone di ombra.
Lì ho trascorso tutto il mio tempo libero a bordo, perchè era una postazione ideale per fotografare la vita, che si svolgeva sul fiume, e perchè potevo riposare abbronzandomi al sole, cullata dal vento della nave in movimento, o godermi un momento di ombra benefica. Tutto questo però successe nei giorni successivi, per ora eravamo a Luxor pronti a visitare una delle zone archeologiche più ricche del mondo.

La valle dei Re e Tutankhamon
Non basterebbe un libro a scrivere di quest’area, che attira ogni anno, durante la stagione di scavo, decine e decine di missioni archeologiche da tutto il mondo. Nel vasto territorio si continuano a dissotterrare tesori e ad apprendere il tanto che ancora non sappiamo della civiltà dei Faraoni. Da secoli non si esauriscono mai i reperti archeologici, anzi ogni anno qualcosa di nuovo fa aggiornare agli egittologi quanto conosciamo, fa modificare idee che pensavano consolidate, fa fare nuove ipotesi e scoprire aspetti imprevisti.
Pur amando l’egittologia non era pensabile poter vedere ed approfondire argomenti così vasti. Feci quindi delle scelte, in parte dettate da quei monumenti, che si considerano imperdibili, ma anche da alcuni casi che invece avevano attirato da sempre la mia curiosità. La valle dei re è una destinazione obbligata. Nella gola erano visibili e aperte al pubblico sette tombe di altrettanti faraoni. Decisi di vederne cinque, compresa quella di Tutankhamon e quella di Ramses VI, su consiglio della guida.
Tutte sono capolavori d’arte e lasciano pieni di stupore e meraviglia. Tutte raccontano storie molto avvincenti, ma quella di Tutankhamon è la mia preferita per ragioni, che poi non hanno tanto a che fare con i dipinti della tomba. Infatti Tutankhamon è un caso unico nella storia dell’Egitto dei Faraoni.
Un ragazzino storpio e zoppo, che morì all’età di diciotto anni. Nessuna impresa memorabile, nessuna rilevanza in vita. Anzi si spense così giovane che la sua sepoltura non era ancora pronta.
Tutti i faraoni, dal momento che entravano in carica, cominciavano la costruzione di quel sepolcro, che li avrebbe fatti passare alla storia e avrebbe loro garantito una lussuosa vita ultraterrena. Tutankhamon venne sepolto in una tomba di ripiego, più piccola e dimessa rispetto al suo ruolo di Faraone. Di lui non si sarebbe dovuto più sentire parlare nella storia di Egitto, ma la sua irrilevanza in vita è la ragione per cui è diventato per i posteri il più conosciuto dei Faraoni d’Egitto.
Una serie di coincidenze che dopo la morte sembrano volerlo risarcire della sua vita sfortunata. Innanzitutto ogni segno dell’ipogeo scomparve sotto le macerie durante la costruzione della tomba di Ramses VI, che è a ridosso di quella di Tuthankamon e quasi la sovrasta. Il risultato fu che rimase intatta con il suo imponente e ricco corredo funebre, ammassato nei piccoli locali interni. Nè i razziatori di tombe suoi contemporanei nè quelli dei successivi oltre 3000 anni ne ebbero sentore.

La seconda coincidenza fu dovuta a un ragazzino, quasi coetaneo dello stesso Tutankhamon. Hussein Abdel-Rassoul era il portatore d’acqua aggregato alla missione archeologica di Howard Carter, che cercava la tomba di Tutankhamon da tutta la vita. Ormai anche il tenace Carter stava gettando la spugna e rinunciando all’impresa. Il 4 novembre del 1922 Hussein con il suo asino inciampò e il terreno cedette. Scavando in quel punto trovarono la tomba. Mi ero fermata davanti all’ingresso della sepoltura pensando a tutto questo, poi un po’ emozionata entrai.
Come sempre le pitture murali erano per me ammalianti, ma dove sostai a lungo fu davanti alla mummia del faraone. Spogliata di tutti i suoi sarcofagi, conservati al museo del Cairo insieme a tutto il corredo funebre, della sua maschera funeraria, un capolavoro che lascia ancora oggi senza parole, la mummia appariva misera e ammantata di solitudine.
Mi fece quasi tenerezza pensare al contrasto tra la fragilità umana e l’opulenza, che l’aveva avvolta.
Un’occasione perduta
Mi frullavano in testa le mongolfiere che avevo visto al mio arrivo e proposi a mio marito di farci un giro. Levataccia alle 3 del mattino nel buio più pesto. Corsa in auto per arrivare al punto dove le barche ci avrebbero traghettato dall’altra parte del Nilo. Salendo in barca notai che una delle persone a bordo indossava la divisa dei piloti di aereo e scoprii che era il comandante dei voli in mongolfiera. Vide le nostre due macchine fotografiche e dopo una serie di preliminari, “da dove venite? La prima volta in Egitto? etc” ci disse di essere molto prudenti con le fotografie dalle nostre macchine, perchè l’area era considerata militare. Stranamente si poteva fotografare con il cellulare ma la macchina fotografica invece era vista come un pericolo alla sicurezza.
Mi era già capitato e mi ricapitò varie volte questa assurda presa di posizione. Dissi infatti “capisco il divieto di fotografare ma dovrebbe valere per ogni tipo di fotografia. Che differenza fa ai fini della sicurezza che l’immagine sia presa da cellulare o invece dalla macchina fotografica?”
Il capitano mi diede ragione e mi promise che ci avrebbe permesso di fare quello che volevamo, ma con prudenza, evitando di attirare l’attenzione. “Tenetela bassa quando salite sulla mongolfiera e una volta alzati in volo fate pure le fotografie”.
Le cose andarono in modo molto diverso.
Raggiungemmo un’ampia zona desertica dove erano stese a terra le mongolfiere sgonfie, in attesa dell’autorizzazione al decollo delle autorità aeroportuali.
Intanto stava schiarendo e a breve avremmo assistito al sorgere del sole, un’esperienza di cui non mi stanco mai, specie In Africa. In questo caso poi stava comparendo da dietro le palme, che delimitavano l’area.

Il tempo passava e l’autorizzazione a muoversi non arrivava. Ingannavo l’attesa osservando gli addetti che parlavano in arabo.
La conversazione stava diventando quasi una lite, ma non capivo esattamente come mai.
Il comandante vide che stavo seguendo lo scambio e mi spiegò che uno dei fuochisti era stato ingiustamente rimproverato e trattato in malo modo dal proprietario dell’attività. Si era offeso e aveva detto che se ne sarebbe andato da un’altra parte. I suoi colleghi, che invece lo stimavano molto e apprezzavano la sua abilità, volevano calmarlo e convincerlo a restare. Loro sapevano quanto era bravo e a loro piaceva lavorare con lui. Di lui si fidavano e lo invitavano a ignorare il capo, che non sapeva niente dell’attività che loro svolgevano. “Tutto il mondo è paese” mi venne da pensare mentre la discussione si protraeva tra toni che si alzavano e abbassavano.
L’attesa si prolungava, ma improvvisamente sembrò che ci fosse l’ok e il campo si animò mentre le mongolfiere cominciarono ad essere gonfiate prendendo forma sotto i nostri occhi, che le avevano viste come enormi teli stesi a terra.
Falso allarme, tutto si bloccò di nuovo. Sempre il comandante ci spiegò che di solito a quell’ora si era già in volo, ma questa mattina tardava il nulla-osta delle autorità. Le ragioni potevano essere molte, un vento che soffiava in direzione dell’aeroporto e rendeva pericolosa l’interferenza. Un volo imprevisto che obbligava a terra gli aerostati. Aveva chiesto più volte notizie ma non riusciva ad avere una risposta.
Alla fine l’autorizzazione non venne e tutto quel lavoro e la nostra sveglia nel cuore della notte fu per niente.
Purtroppo noi non avremmo avuto modo di ritentare l’impresa, non c’erano i tempi, ma era stata comunque un’esperienza divertente e ci godemmo di nuovo l’attraversamento da una sponda all’altra del Nilo.
Lasciammo Luxor per la navigazione sul Nilo e vi ritornammo via terra la settimana dopo.
Deir el-Medina
Avevamo inserito nel nostro piano di viaggio altre due notti in questa città perchè avevamo altre mete in programma: vedere la città, visitare il Ramasseum e Deir el-Medina. Non volevo lasciare l’Egitto senza essere stata a Deir el-Medina. Di fronte a Luxor, sulla riva occidentale del Nilo, a metà strada tra la valle dei re e delle regine si trovano i resti della antica cittadina di lavoratori delle tombe reali. Ci si potrebbe chiedere come mai dopo tanti siti archeologici volessi proprio aggiungere questo.
La ragione sta nel fatto che questo è un sito unico nel suo genere. Quello che noi sappiamo della civiltà egizia si basa tutto sulle necropoli e i templi funerari. Sono le città dei morti a raccontarci la vita lunga 5000 anni sulle rive del Nilo. Deir el Medina era invece una città dei vivi. Si conoscono altre due città satelliti di questo tipo, ma le altre due non sono così ricche e ben conservate.
Il sito fu attivo per oltre 400 anni e fu definitivamente abbandonato durante la XXI dinastia. Nell’abitato erano concentrate tutte le maestranze che lavoravano nella valle dei re. Scribi, pittori, ceramisti, architetti, scultori, orafi etc. vivevano con le loro famiglie qui. Venivano retribuiti dal faraone, non erano schiavi. Il faraone pagava in moneta e in natura, sotto forma di derrate alimentari come il grano. Il desiderio di vedere l’area veniva anche da un’altra ragione. La scoperta del villaggio e i primi scavi, dal 1905 al 1909, furono opera dell’italiano Ernesto Schiapparelli. Uno dei nuclei più consistenti del Museo Egizio di Torino si basa proprio sui reperti portati in Italia da Schiapparelli, provenienti da Deir el -Medina.
Avevo visto in una delle mie visite a Torino i reperti della tomba di Kha e Merit ed ero rimasta molto colpita.
Kha era l’architetto capo durante la XVIII dinastia (Amenhotep II – Thutmosi IV – Amenhotep III), e Merit era sua moglie. Vissero qui e qui furono sepolti.
Il perimetro dell’abitato era chiarissimo, visibili ancora oggi gli impianti delle case. Si poteva immaginare la vita delle famiglie residenti. Frutto della vita quotidiana dell’abitato, vi furono trovati anche migliaia di ostraka, che sono frammenti di ceramica e pietra usati per scrivere e disegnare, una specie di quaderno di tutti i giorni. Da qui sono state tratte montagne di imformazioni sulla vita della comunità, al di fuori del protocollo di corte. Da Deir el-Medina abbiamo appreso del primo sciopero di cui si abbia notizia, da qui provengono le annotazioni degli operai, gli esercizi scolastici, le questioni legali, le beghe familiari. Non solo ma anche qui c’era una città dei morti. Alle maestranze era permesso di lavorare nel tempo libero alle loro tombe personali. Ne sono visibili un paio, dipinte in modo egregio, del resto erano gli stessi pittori che lavoravano per il faraone. Sono meno grandiose ma molto più informali, con scene di vita giornaliera che fanno respirare un’atmosfera e una grazia diversa da quella ufficiale, che si ritrova nelle tombe dei Faraoni e nei loro templi funerari.

Le tombe sono un po’ più in alto sulla collina rispetto all’abitato e da lì la vista spazia sull’intero impianto cittadino. Non ci vengono in molti ed anche quel giorno c’eravamo noi due, una coppia di francesi e una di giapponesi. A Deir el-Medina provai una sensazione diversa rispetto all’ammirazione e in qualche modo all’annichilimento che si prova davanti alle testimonianze faraoniche.
Come ha scritto Howard Carter: “tremila o forse quattromila anni sono passati e scomparsi, da quando piedi umani hanno per l’ultima volta calpestato il pavimento su cui vi appoggiate, ma poichè notate le tracce di vita recente attorno a voi – la ciotola semipiena di malta per la porta, la lampada annerita[….] – avete la sensazione che potrebbe essere accaduto appena ieri”
Ecco questa è Deir el-Medina: la percezione di ciò che accomuna la vita di ognuno di noi, con i suoi piccoli e grandi problemi di sofferenza e di gioia, perchè la sostanza della vita umana è sempre la stessa, oggi come allora. La mattina dopo lasciammo l’Egitto con un volo che con scalo al Cairo ci riportò in Italia.
Fabrizia Cataneo
